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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Memento mori


Mercoledì il Pd piemontese ha inviato ai molti indirizzi nel suo database una mail recante come oggetto “Nessun rimpianto”. Ohibò. “L'8 e il 9 giugno - si leggeva nella mail -, ci sveglieremo con due domande: abbiamo fatto abbastanza per eleggere Gianna Pentenero? O avremo cinque anni della peggiore destra della storia del Piemonte? Assicuriamoci di alzarci senza rimpianti: avendo fatto tutto il possibile per creare un futuro migliore per tutte e tutti”. Pentenero, per i non piemontesi, è la candidata del centrosinistra alle imminenti regionali, e la mail tradisce tutta la disperazione della situazione. Secondo uno degli ultimi sondaggi prima del silenzio elettorale, realizzato dall’Istituto Noto, il candidato della destra, l’uscente Cirio, sarebbe infatti al 59 per cento, più del doppio dei concorrenti, fermi al 27, col M5S che corre da solo e che comunque non basterebbe, essendo all’11. In politica si dice sempre che, quando si perde, bisogna fare autocritica e non va data la colpa agli elettori, ma la mail del Pd piemontese va oltre: agli elettori la colpa gliela vuole dare ancora prima che i seggi siano aperti, il che è forse una novità, ed è abbastanza indicativo. Lo stesso dicasi per il tono, che ricorda vagamente il frate che si rivolge a Massimo Troisi in Non ci resta che piangere, gridandogli più volte “Ricordati che devi morire!”. E quello, giustamente, gli risponde “mo’ me lo segno”.

 

Ma poiché extra Ecclesiam nulla salus, e il Pd è così che si percepisce da sempre, da ancora prima che si chiamasse Pd, il messaggio è coerente: o la destra, o il Pd, perché non c’è altro oltre il Pd, che poi era esattamente la stessa campagna elettorale fatta da Letta contro Meloni nel 2022. “Scegli”, ricordate? Gli elettori avevano poi scelto per davvero, e non era finita benissimo, diciamo. Eppure, questa volta l’aria che si respira è un po’ diversa, circola un ottimismo che, non per fare i guastafeste, suona surreale se non proprio immotivato: i sondaggi, quelli nazionali, danno i Dem in crescita, Fdi stabile o in lieve calo, e una distanza tra le due principali forze che sembra ridursi. Ma allora, viene da chiedersi, com’è possibile che, ad esempio, proprio in Piemonte, si prospetti un quasi 60 a meno di 30? La risposta è che probabilmente potremmo trovarci ad assistere, dopo il 9 giugno, a quel genere di vittoria resa celebre dal famoso re dell’Epiro, quello che per la cronaca passò alla storia per aver vinto male una battaglia, poco prima di perdere la guerra. Se infatti anche le più ottimistiche previsioni venissero confermate, infatti, quale sarebbe il risultato? Il Pd potrebbe vantare di aver incrementato le proprie percentuali, venendo peraltro dal 19 per cento ottenuto proprio da Letta due anni fa alle politiche, sotto il quale era obiettivamente difficile scendere, e ciò consentirà forse di calmare i sommovimenti interni tra le correnti, almeno per qualche settimana, raffreddando i bollori dei non pochi che già da tempo si preparano a un nuovo congresso, ma per il resto? La coalizione ancora non c’è, anzi appare più lontana che mai, con la boa democratica tirata, da un lato, da Conte che lavora evidentemente alla propria posizione, e possibilmente a un suo terzo mandato, e dall’altro da Calenda che, con tutti i problemi che ci stanno, ha deciso di imperniare la sua campagna contro il Green Deal, origine secondo lui di tutti i mali (ma che davéro?). Giorgia Meloni rimarrà irraggiungibile alla guida del primo partito, sapendo non solo che lei ce l’ha, la coalizione, ma sta pure parecchio avanti a quell’altra. Non a caso, l’unico pensiero poteva venirle - al limite - dagli alleati, dalla famiglia Berlusconi (chissà) o da Salvini che però, se aspetta ancora un po’, finirà per non avere più un partito con cui minacciare di far saltare il tavolo.

 

L’altro giorno, quando Rishi Sunak, zuppo di pioggia, ha annunciato elezioni anticipate ai giornalisti assiepati davanti al numero 10 di Downing Street, lui sì, che sembrava disperato. Lui sì, che sentiva il richiamo del memento mori, visto che al momento i sondaggi danno i laburisti inglesi a venti punti in più dei conservatori. Certo, ci è voluta la legislatura più tragica di sempre, un incredibile susseguirsi di leadership, la pandemia, la Brexit, una crisi economica senza precedenti, ma alla fine, dai e dai, l’Inghilterra è diventata contendibile. L’Italia? Come sempre quando ci sono le europee, serviranno più o meno e soltanto a fare il tagliando alla situazione esistente, con l’aggiunta dell’applausometro per i vari leader che si sono candidati pur sapendo di prendere in giro gli elettori, e l’esito darà argomenti ai talk show per qualche settimana, poi arriveranno le ferie e ciaone. Tutti avranno sufficienti ragioni per sostenere che hanno vinto, con la differenza che Meloni avrà messo in berta un bel po’ di amministrazioni locali, e quella del Paese continuerà nelle sue mani senza fare una piega, mentre invece l’opposizione - e questa è la migliore delle ipotesi - festeggerà pur sapendo che nel giro di un amen ricomincerà a discutere di campi larghi, di alleanze, di sommatorie, senza che nessuna nuova soluzione si sia nel frattempo palesata. Non potrà nemmeno rivendicare di aver lottato per il futuro assetto dell’Ue, visto che a differenza ad esempio di Meloni, che si barcamena tra Le Pen e Von Der Leyen, e di Renzi che lavora all’opzione Draghi, l’unico scopo del Pd sembra essere quello di far prendere qualche voto in più al Pd, in quanto Pd, cosa che insomma, non è proprio un orizzonte ideale capace di scaldare i cuori. Più che altro, al di là delle convenienze del momento, è anche un po’ inutile. Del resto, se nel 2014 Renzi tutto sommato capitalizzò ben poco, di quel suo 40 per cento passato agli annali, figuriamoci cosa può farci il Pd con il 25 - a essere ottimisti - nel 2024.

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