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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Milàn non è più un gran Milàn


Mentre nel Paese tornano a risuonare le magnifiche e progressive note di un rinato centrosinistra, proprio nelle stesse settimane serpeggia un nuovo malcontento riguardante la città simbolo, il gioiello amministrativo, la locomotiva, la sola metropoli mitteleuropea dello Stivale: contrordine compagni, ripensandoci, Milano è pessima.

Ohibò, cos’è successo? Ma come, ma quando, ma perché? Se n’è cominciato a parlare sui social, come sempre accade, pochi post che poi hanno preso ad allargarsi sempre più. A voler cercare la prima avvisaglia, forse è stato quando il trasporto pubblico cittadino ha annunciato una riduzione delle corse e del servizio, a fronte di costanti aumenti. E quindi no, tanto per cominciare Milano non è una di quelle città illuminate in cui la metro ha un costo simbolico perché rientra in un più vasto piano teso a ridurre il traffico delle auto. O dopotutto, le avvisaglie c’erano già da un pezzo: sono anni che girano screenshot di annunci immobiliari in cui si propongono sgabuzzini bui a mille euro al mese, e durante la pandemia il mercato immobiliare cittadino è diventato semplicemente criminale. Non è che se ne parlasse per rimarcare un qualche principio astratto, quanto piuttosto per dire che è perfettamente inutile continuare a magnificare le grandi doti di Milano, se poi la gente normale non riesce a viverci.


E siccome l’Italia è una grande provincia, giusto un foresto può avere l’impressione che Milano sia una città in cui l’auto è inutile, tanto i mezzi pubblici arrivano ovunque, perché anche un giargiana sa cosa vuol dire stare sulla banchina del tram e vederne passare uno dopo l’altro senza fermarsi perché sono troppo pieni. Alle otto di sera, magari, perché per l’etica milanese del lavoro l’orario regolare finirebbe alle 18, ma un paio di ore al giorno di straordinario (rigorosamente non retribuito) sono davvero il minimo, se vuoi vivere il grande sogno della metropoli. In presenza, perché lo smartworking dispiace a Sala, e cibandosi in pausa pranzo di irragionevolmente costose cotolette precotte al bar, altrimenti a dispiacersi sono gli esercenti. E se poi però per venire e tornare da casa devi mettere in conto altre due ore, portando il totale del tempo che hai impiegato durante la giornata a 12 ore sulle 24 che la rotazione terreste ci concede, sono solo problemi tuoi. La famiglia la vedrai nel week-end, possibilmente andando da qualche altra parte perché il vero milanese ama talmente la sua città da scapparvi e svuotarla ogni volta che può.


Con questo non si vuole dire che Milano non sia cambiata e molto, negli ultimi anni: non è più la città immobile di cui la stampa internazionale si era occupata scrivendo che, dovendo tornarci a distanza di molto tempo, non solo si sarebbe ritrovato lo stesso bar, ma anche lo stesso barista, specialmente perché lo stesso barista nel frattempo si è traferito a Piacenza, dove gli affitti sono più ragionevoli. E certo non è più la Milano raccontata da Emilio Magni, quella dei pranzett che eran propri bönn, del risott con l’unda, di Vallanzasca e della ligèra, la mala che si sparava con la polizia per strade che oggi sono rispettabili zone di shopping, che erano quasi periferia e che oggi per gli immobiliaristi sono centro, anzi centrissimo, giacché va gentrificandosi persino la zona a nord di piazzale Loreto, anzi, Nolo, che fa più cool. Anche se la Lombardia è una regione con uno spaventoso problema di presenza della ‘ndrangheta, specialmente nella gestione di piccoli esercizi, e anche se forse non a caso a mezzo secolo quasi esatto dai poliziotteschi di Umberto Lenzi che piacciono tanto a Tarantino - Milano odia: la polizia non può sparare è del 1974 - esce proprio in questi giorni un film in cui Pierfrancesco Favino interpreta uno sbirro meridionale a fine carriera in una Milano fatta di bordelli di lusso, traffichini amici delle star del calcio e spalloni che sbarcano a Malpensa con valigie di contante da riciclare. La città ripresa dall’alto dal regista da Andrea Di Stefano non è quella marrone e depressa degli anni Settanta, anzi brulica di colori fluo e non si può dire che non sia cambiata radicalmente. Il problema è come.


Lo skyline è la prima cosa che salta agli occhi, specie al pedone che ha così modo di sentirsi ancora più piccolo, e nei prossimi anni Milano sarà oggetto della più grande trasformazione edilizia - o forse sarebbe meglio dire speculazione - della storia nazionale. Ma chi ci va davvero a vivere, famiglie simil-Ferragnez a parte, in tutti questi grattacieli? Fino a un paio di anni fa si diceva che in buona parte restavano vuoti e che gli ultimi piani venivano comprati dai russi, e ora i russi che sono confinati in patria? Mistero.


Emerge infine da un’innocua polemichetta da social che dura il tempo che dura un monito: Milano è certo più avanti di altre città italiane che talvolta vengono descritte come fossero suk. Anche in tema di tolleranza, non a caso la destra al governo ha ritenuto di colpire l’amministrazione vietando la civilissima trascrizione dei figli delle coppie omogenitoriali. Ma quando per anni e anni si fa presente che non si può costruire un modello metropolitano in cui le persone che vi lavorano non possono permettersi di vivere, e quando si denuncia il rischio di far diventare la Ztl una dimensione addirittura politica, un bacino di riferimento, beh, forse è il caso di farci caso.




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