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  • Immagine del redattoreDavide Serafin

Monte Giarolo, un parco eolico fuori portata massima

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Non sarà stata solo la sindrome Nimby a portare oltre duecento persone nel piccolo paese di San Sebastiano Curone, un borgo caratteristico di poco meno di seicento anime nell’angolo di Appennino piemontese che s’interseca tra le quattro province di Alessandria, Pavia, Piacenza e Genova. La spinta a radunare questa piccola folla in un freddo sabato di gennaio è un progetto di un nuovo parco eolico che dovrebbe sorgere sui crinali del Monte Chiappo e del Monte Giarolo, spigoli alti 1500 metri circa e che rappresentano una riserva incontaminata e selvaggia per insetti e uccelli rarissimi, oltre a conservare un reticolo di sentieri escursionistici di grande interesse turistico ed essere allo stesso tempo territorio angusto e fragile, spesso soggetto a frane e smottamenti. Queste montagne sono sede di una ZPS, ossia una zona di protezione speciale per la protezione delle rotte migratorie dell’avifauna, e sono inserite nella rete Natura 2000, principale strumento della politica dell’Unione europea per la conservazione della biodiversità.


E sì, la cittadinanza e le organizzazioni del territorio sono uscite allo scoperto, tramite le parole di Irene Zembo, geologa e guida GAE, e Beppi Raggi, presidente del Comitato 4 Province, contestando punto per punto gli elementi chiave di questo progetto, in primis le dimensioni gargantuesche degli aerogeneratori, i cosiddetti Vestas, pale eoliche da 6,2 MW (le più potenti in Europa) e alte 209 metri una volta installate, le quali dovrebbero essere spostate a pezzi lungo le strade delle Valli Curone e Borbera (profondo sud-est della provincia di Alessandria) con modalità che rasentano il surrealismo. San Sebastiano Curone dovrebbe, per esempio, ospitare una enorme gru nella piazza del mercato per il sollevamento dei pezzi da una sponda all’altra del fiume, un particolare che suscita più volte l’ilarità del pubblico. Ma altri dettagli del progetto lasciano di stucco la platea, come le piastre di fondazione in calcestruzzo armato lunghe e larghe venti metri, da costruire al di là della fascia di rispetto prevista sui crinali, come la legge prescrive, una deturpazione irreparabile di un territorio incontaminato e quasi scevro dell’intervento antropico, almeno sinora.


Nel corso del dibattito prevalgono gli elementi tecnici e i campanelli di allarme circa gli impatti in loco degli aerogeneratori mentre pochi cenni sono fatti circa la necessità della decarbonizzazione del settore elettrico italiano e della crisi climatica in corso, che anzi viene dialetticamente scissa da una non meglio descritta  “crisi ambientale” la quale, secondo una delle relatrici, sarebbe sottaciuta e non posta in egual evidenza rispetto ai nefasti esiti del riscaldamento globale. Un errore discorsivo che non dovrebbe essere commesso, essendo il clima la precondizione alla persistenza dell’ambiente così come lo conosciamo. Ma tant’è, si tratta di sfumature che nessuno è in grado di cogliere, tanta è l’apprensione per un intervento in grado di stravolgere per sempre un contesto del tutto incontaminato.

Eppure l’innalzamento delle temperature è qualcosa che persino la politica locale non riesce più a nascondere. Emblematiche sono le parole del presidente (leghista) della Provincia di Alessandria, Paolo Bussalino, intervenuto dopo quasi due ore di dibattito, che ha dichiarato di riconoscere gli effetti sul territorio della crisi climatica in corso anche se “l’Italia contribuisce solo per lo 0,7% delle emissioni di CO2 e non dovremmo mica suicidarci”, chiosa infine.


Del resto, nulla facendo, anche le aree incontaminate tra il Monte Giarolo e il Monte Chiappo sono destinate a subire gli effetti dell’incremento a +4 gradi delle temperature medie globali entro fine secolo. La questione dovrebbe essere non tanto se fare o no il nuovo parco eolico da 120 MW, bensì dove sia meglio farlo, senza distruggere la natura, possibilmente recuperando aree dismesse, già antropizzate, stabilendo una volta per tutte quelle che sono le aree idonee e quelle inidonee a ospitare gli impianti di energia rinnovabile, una decisione che è ancora vergognosamente pendente in Conferenza Stato-Regioni.


Quel che è evidente a tutti è l’inadeguatezza del progetto, inutilmente fuori scala rispetto all’area in cui dovrebbe sorgere e con impatti insostenibili sul delicato equilibrio floro-faunistico dell’area, del tutto controproducente in relazione agli argomenti della decarbonizzazione e della sopravvivenza della vita umana alla crisi climatica. Non è questa la via corretta alla transizione verde, anzi, si tratta ancora una volta di un intoppo lungo tale delicato percorso, già accidentato di suo e che trova nella classe politica al comando il primo e più grosso freno. Nessuno ha infatti rilevato che i rappresentanti delle istituzioni presenti a San Sebastiano Curone fanno parte di quei raggruppamenti politici che sviano dagli obiettivi della decarbonizzazione e che spingono invece verso avventure senza sbocco, come il ritorno degli impianti nucleari in Italia. Quella sì che sarebbe una sventura, ma evidentemente si tratta di parole al vento, quanto necessario affinché nulla cambi.

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