• Paolo Cosseddu

Nel merito


Ogni tanto qualcuno rimpiange il finanziamento pubblico ai partiti. Succede quando escono notizie di lobby, o di imprenditori danarosi che foraggiano qualche politico, o quando qualcuno di questi coltiva un’attività parallela di consulenza, e se non parallela nella forma di una “alternanza politica-lavoro” in cui però la divisione tra i due ambiti non appare netta quanto dovrebbe, è più simile a una porta girevole (vi sono casi noti e attualissimi). E allora ecco che parte la nostalgia per i bei tempi andati, in cui i partiti erano veri partiti e non corti personalistiche, e i soldi pubblici li finanziavano impedendo così che a mantenerli fossero interessi privatissimi, perché quando un parlamentare deve il suo benessere a un finanziatore privato è lecito chiedersi, quando esercita la sua funzione, se stia facendo gli interessi del Paese o quelli di chi lo paga. Come sempre accade con l’amarcord, la parte bella del ricordo scaccia quella brutta, e soprattutto seppellisce le ragioni per cui le cose sono andate in un certo modo. E allora vale la pena di ricordarlo: il finanziamento pubblico ai partiti non c’è più perché i partiti rubavano. Non solo incassavano molti soldi dei contribuenti, e non solo le regole per accedervi erano talmente lasse che alcuni fondavano sigle solo per batter cassa, ma vigeva più o meno alla luce del sole un vero e proprio sistema tangentizio, che è poi deflagrato all’inizio degli anni Novanta, con la fine della Prima Repubblica e l’inizio delle inchieste note con il nome di Mani Pulite.


Come sempre accade in questo genere di processi storici, quando il potere approfitta dello status quo senza ritegno e senza sentire la necessità di darsi una regolata, a un certo punto arriva un’ondata che travolge tutto, e che porta all’eccesso opposto. Quando è successo con la politica, ormai era troppo tardi per promettere una riforma ragionevole, che mantenesse il finanziamento pubblico sottoponendolo a controlli più seri, perché la gente se li voleva letteralmente mangiare vivi, i partiti. E quindi si è proceduto con un nuovo metodo che probabilmente non ha sanato granché dei problemi esistenti, ma che certamente ha peggiorato la dipendenza della politica dai poteri economici, normalizzandoli. Solo che a quel punto non interessava più a nessuno, e a maggior ragione oggi l’opinione pubblica non sembra più ricordare, o voler ricordare, da cosa era partita l’intera faccenda.

Ecco, sulla questione del merito è successo qualcosa di molto simile: com’è nata, questa storia del merito, nella discussione pubblica italiana, qualcuno se lo ricorda? La favola del merito è nata per via di un costume, che ha caratterizzato il nostro Paese sin dal dopoguerra, definito da una parola che nel frattempo è divenuta lei stessa desueta: le raccomandazioni. L’Italia, per cinquant’anni di vita repubblicana, è stata un Paese, trainato da un notevole sviluppo economico, pubblico in una parte molto rilevante, in cui per farsi assumere, per far carriera, per trovare un posto letto all’ospedale, per far iscrivere i figli nella tal scuola, per fare praticamente qualsiasi cosa, bisognava essere raccomandati. Da qualcuno: dal ministro o dall’onorevole, ma anche dal primario, dal preside, a volte dal semplice impiegato che poteva mettere la pratica in cima alla pila invece che seppellircela sotto. Molto prima degli smartphone, anche una cosa banale come farsi allacciare un telefono fisso poteva divenire un’odissea, ma alcuni fortunati avevano un cugino di terzo grado che lavorava alla Siptel, e per loro tutto si velocizzava come per magia. E il Paese andava avanti così. Nello stesso periodo in cui l’Italia è uscita dalla prima Repubblica, insieme a tante altre cose, anche questa usanza delle raccomandazioni è stata travolta, e per la prima volta nel nostro dibattito è entrata la questione del merito, mutuata dalla cultura anglosassone/calvinista in una versione tutta nostrana. Aveva a che fare con i diritti, e con la possibilità di potervi accedere perché dovuti, non per via delle conoscenze. E con l’avanzamento sociale, certo, per le stesse ragioni: premiare chi se lo merita, non chi conosce qualcuno. Sembrava una buona idea.


Ma, così come la fine del finanziamento pubblico ai partiti ha rappresentato il via libera per chi voleva prender soldi da portatori di interessi privati, anche la questione del merito è stata ribaltata per scopi opposti rispetto a quelli di chi lo voleva introdurre. È bastato cancellare dall’orizzonte la parità, quella che dovrebbe compensare - e non allineare - diverse condizioni di partenza, e che consentirebbe a tutti di competere allo stesso livello. Nell’Italia contemporanea, l’universitario nella media sostenuto da una famiglia abbiente e con gli agganci giusti vivrà gli anni dello studio nella bambagia e dopo la laurea sarà introdotto a qualche amministratore delegato amico che gli darà subito un buon posto e uno stipendio adeguato. Invece, il suo coetaneo che per mantenersi agli studi ha dovuto fare mille lavoretti finirà a fare consegne a domicilio mentre presenta il suo curriculum in colloqui dove gli chiedono se può lavorare gratis, in nero. E del primo si dirà che è andato avanti per merito, mentre il secondo si sentirà ripetere che deve impegnarsi di più.


Prendersela con il concetto di merito, se questa è la situazione, è comprensibile, ma fa parte del grande inganno. Perché questo non è merito, è il contrario del merito: è la normalizzazione del privilegio, è la certificazione che così vanno le cose, non ci si può fare niente, non ci si deve scandalizzare. Perché se davvero questa società premiasse il merito, le cose andrebbero molto diversamente, e non ci sarebbe bisogno di avversarlo. Magari fosse.