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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

Nessuno dovrebbe essere straniero per sempre



Cinque anni fa, con Voi sapete (La Nave di Teseo), avevo provato a registrare le enormità e la generalizzata indifferenza che accompagnano le migrazioni verso l’Italia e verso l’Europa. Alla fine di un anno di speculazioni all’ennesima potenza – blocchi navali, accordi con altri Paesi insicuri, ulteriore esternalizzazione dei confini, complottismo e vittimismo senza limiti – Stranieri per sempre prova a offrire una lettura totalmente diversa dell’immigrazione, insistendo sull’aspetto forse più importante, che si riferisce al suo carattere evolutivo. Le persone hanno una storia, ciascuna la sua, non sono straniere per sempre, non stanno sempre sbarcando, molto spesso non hanno alcuna intenzione di fermarsi dove approdano, hanno vicende personali e familiari che si trasformano presto in qualcosa di diverso.


Tutti elementi che il nostro racconto pubblico non sembra mai voler riportare ma che sono essenziali per interpretare ciò che sta accadendo e ciò che accadrà. Certo, esiste una letteratura pressoché “clandestina” (uso volutamente questo termine) che ne parla, che si interroga, che prova a comprendere il fenomeno senza fermarsi alla superficie. Ma si tratta appunto di una produzione limitata a un circuito molto piccolo di persone. Tutti gli altri – a cominciare dai media del mainstream – continuano a raccontare, da più di trent’anni a questa parte, la stessa storia. Come se fossimo di fronte sempre alla stessa cosa. Non ragioniamo sulle cause, come sarebbe invece necessario in un tempo di guerra e di emergenza climatica, né sulla destinazione, non solo la “loro”, anche la “nostra”, per riprendere quel certo modo di parlare che sembra non lasciarci mai e che forse lo farà “per sempre”.

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