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  • Immagine del redattoreLaura Campiglio

Nessuno dovrebbe mai dire "io non lo farei"



Esiste un moto innato dell’animo umano, una sorta di pudore scaramantico che mette a tacere la nostra voglia di dire ah, se ci fosse la guerra io farei così, se patissi la fame io farei così, se mio figlio rischiasse di morire io farei così. Non osiamo dirlo, quello che faremmo o non faremmo, per paura che il destino ci esponga alla prova dei fatti, e che davvero arrivino le bombe e la fame, e i nostri figli che hanno fame e paura delle bombe.

Quando le mie bambine erano piccole ricordo il terrore che mi assaliva ogni volta che leggevo di un neonato dimenticato sul seggiolino in un’auto arroventata dall’estate (quanti bambini, mi sono sempre chiesta, dimenticati in inverno e non assurti alla cronaca nera perché perché infreddoliti ma vivi?). L’unico pensiero che riuscivo a formulare era dio mio, che non capiti a me. E guardavo atterrita chi aveva l’ardire di dire “io non potrei mai dimenticarmi mio figlio”. Mi chiedevo: ma li hanno davvero, dei figli? E non hanno paura di metterli a repentaglio con questa tracotanza; non temono che qualcuno o qualcosa nelle oscure meccaniche celesti dica ah sì? Adesso vediamo se sei davvero così bravo; non hanno vergogna di dire “io” sovrapponendosi alla tragedia di un altro?


Piantedosi che dice “se fossi disperato io non partirei” non è umano, e questo è indubbio. Ma a farmi paura nella sua assenza di umanità non è tanto l’incapacità di provare compassione davanti ai corpi dei bambini (ho letto ieri su Repubblica la descrizione della vittima numero quattrodici, denominata Kr14f9 perché non ha un nome: femmina, età stimata nove anni come mia figlia e come lei castana e paffuta. L’hanno trovata senza una scarpa, con la bocca piena di sabbia). A farmi paura, nel ministro dell’Interno, è la sfrontatezza di quell’io, la sfida blasfema che implica, la certezza inenunciabile - ma che lui enuncia, e per questo non è umano - che ai suoi figli e ai suoi nipoti non capiterà mai.

Forse la natura più profonda della compassione è anche quella meno nobile: partecipare alle sofferenze altrui ha qualcosa di inconsciamente apotropaico, come se la nostra piccola quota di dolore già esperito allontanasse la possibilità di svegliarci un giorno nello stesso incubo che stiamo piangendo.

“Se fossi disperato io non partirei” è una frase che nessuno dovrebbe pronunciare senza tremare di paura. Piantedosi questa paura non ce l’ha, ed è per questo che fa paura a me.

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