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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

No Maria, io esco


Brutta, inopportuna, irrispettosa l’idea di andare alla camera ardente per farsi un selfie con la vedova, in questi giorni l’hanno detto un po’ tutti e in effetti è vero. Però, con tutto il rispetto per il di lei lutto, è anche un’immagine molto coerente con il tipo di proposta culturale che deriva dalle sue trasmissioni. Sue e, seppure in modo diverso, anche del suo defunto marito. Senza offesa.

E non è impensabile immaginare che nemmeno Maria De Filippi abbia trovato l’idea, lì per lì, così sorprendente. Per questo scandalizzarsi, in fondo, significa cascare in un tranello, uno schema onnipresente, senza aver capito che cosa si sta commentando. Certo un funerale, anche se di un uomo che ha vissuto una vita lunga e molto ricca di soddisfazioni e successi, non è il luogo ideale per aprire un dibattito. O forse sì, appunto. Ma il fatto è che proprio nell’occasione si è palesata una conseguenza, piccola ma molto significativa, di un lunghissimo lavorio capace, nel corso di quasi mezzo secolo, di cambiare l’identità profonda del Paese, passando moltissimo dalla tivù, soprattutto da quella commerciale degli ultimi quarant’anni (la Rai si è adeguata, comunque, da un pezzo), e anche dalle trasmissioni di questa coppia molto potente e molto presente nell’immaginario collettivo. Fino a non aver più nemmeno bisogno per forza della tivù, poiché ormai è ovunque, nella moltiplicazione dei media e nei costumi individuali e di massa.


Essenzialmente, Maria De Filippi produce conflitto: anche se apparentemente parlano di giovani talenti, o di storie e storielle tra adulti, o di rapporti da ricostruire, in realtà i suoi programmi mettono in scena sempre lo stesso canovaccio, uno spettacolo in cui persone comuni si scontrano, rumorosamente, drammaticamente. Gli spettatori a casa parteggiano, ignorando o fingendo di ignorare che la tivù è scritta, e che ciò che vi accade è stato minuziosamente sceneggiato, anche quando Carlos tradisce Samantha, anche quando Concetta decide di incontrare il marito Antonio che non vedeva da vent’anni, anche quando si dibatte se Sofia è stata o no scorretta con i suoi compagni di trasmissione. Sono trame che non richiedono chissà quali grandi alzate d’ingegno, ma la patina di illusoria realtà le rende interessanti per un pubblico vasto e di età diverse, e infatti hanno un grande successo, da molti anni. Su Maurizio Costanzo il discorso sarebbe più lungo e articolato, ma siccome all’inizio di questo ragionamento c’è una questione legata al senso di opportunità, basti dire che è proprio il suo show ad aver reso opportuno che si potesse parlare di argomenti serissimi, dalla mafia alla corruzione, mettendo sullo stesso palco magistrati e soubrette, esperti e tuttologi, momenti seri e alleggerimenti strategici, e inventando personaggi su personaggi fino all’apice inarrivabile di Vittorio Sgarbi, la valvola di sicurezza in grado di garantire, sempre e comunque, che qualsiasi discussione per quanto seria può esser fatta finire in vacca nel più clamoroso dei modi.


Quale sia poi il sollazzo, con tutti i problemi che uno normalmente ha nella vita di tutti i giorni, nel mettersi davanti alla tivù non per rilassarsi o per vedere qualcosa di edificante, o almeno di originale e ben fatto, ma per caricarsi emotivamente sulla schiena anche i problemi dei personaggi televisivi, per di più inventati, è un mistero, ma una cosa invece è certa: dai e dai, il fenomeno è passato dallo schermo alla realtà, impregnandola completamente. Anche nella classe dirigente: dove una volta avevamo grisaglie più o meno tristi, adesso abbiamo ministri che fanno battute anche di fronte alle stragi, che insomma non hanno proprio più quel senso di cosa non solo è opportuno, ma è banale decenza fare o non fare. E a noi non piacevano mica, le grisaglie, non avevamo nostalgia delle tristi tribune elettorali con cui ci ammorbavano ai tempi del bianco e nero: ma nemmeno volevamo in cambio questi mostri, e quindi ecco che ce le fanno quasi rimpiangere.


Il fenomeno non è affatto nuovo, intendiamoci: dopotutto, Guy Debord ha pubblicato La società dello spettacolo nel 1967, e già diceva sull’argomento più o meno tutto. Sette anni prima, John Fitzgerald Kennedy aveva vinto il confronto televisivo per le presidenziali americane contro Nixon, stabilendo per la prima volta la primazia dell’immagine su tutto il resto, e in seguito la sua Casa Bianca era stata per la prima volta caratterizzata da una predominanza della narrazione, della percezione che provocava, sugli aspetti più concretamente politici. Che però almeno c’erano, innegabilmente. Il problema è la degenerazione, perché da JFK a Salvini ce n’è, di differenza: un oceano. E, visto che questo è l’andazzo, le richieste di selfie a un funerale sono nulla, ci attende ben di peggio. Lo stiamo vivendo già, tutti i giorni, e da un pezzo. Sarebbe bello, come nel famoso meme, avere la lucidità di ribellarsi e di urlare “no Maria, io esco”.




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