• Paolo Cosseddu

Non lo famo ma lo dimo

Aggiornamento: 12 nov


I corrispettivi europei dei ministri italiani del nuovo Governo sono un po’ perplessi, pare: si trovano a parlare con gente non esattamente ferratissima sui dossier di cui è responsabile, o almeno, così si sente dire in questi giorni.

La questione dei migranti spicca, in queste prime settimane di disastri inanellati uno dopo l’altro: ancor prima della giusta indignazione per l’uso di un’espressione incivile quale “carico residuale”, riferita ai migranti rimasti a bordo dopo le ispezioni mediche, e quindi secondo una perversa logica non aventi diritto all’asilo, colpisce proprio la lettera del suo significato: residuale.

Ma come, dopo due-tre anni in cui di stranieri non parlava più nessuno e dopo una campagna elettorale in cui si è riscoperto che a loro si devono tutti i problemi italiani, dopo aver promesso blocchi navali che però accidenti non si possono mica fare, dopo aver dato i porti in mano a Salvini, ebbene dopo tutto ‘sto cinema ogni cento migranti se ne fanno sbarcare 90 e se ne rimandano indietro “solo” 10? Che poi, a dirla tutta, indietro nemmeno ci tornano per davvero? A mettersi nei panni - non gradevoli, ma facciamo lo sforzo per meglio comprendere - di chi li ha votati viene da chiedersi: ma che politica dei respingimenti è? Persino l’accesso al privé del Papeete è più rigoroso: ed è gente che fa entrare Salvini, per dire.

Insomma, hanno spolverato i busti in bronzo, fatto i picchetti d’onore in cui ogni tanto una mano tesa, si sa, scappa, hanno sventolato bandiere e nominato patria e nazione a pappagallo, rivendicato il solco tracciato dall’aratro e difeso dalla spada, e poi ne rimandano “a casa loro”, ma proprio se va bene, uno su dieci? È una truffa bella e buona, ecco.


E in più, coi francesi che si incazzano, direbbe Paolo Conte, e i giornali che svolazzano, abbaia la campagna ma nel senso di quella elettorale, quella delle promesse, quella delle differenze tra il dire e il fare. O meglio, tra il “famo” e il “dimo” di Boris, in una dimensione meno divertente ma comunque ridicola, sia perché manca il famoso budget - quello sempre - ma anche perché a noi la coerenza, anche nel male, c’ha rotto il… eccetera. Trump, per dire, due anni dopo aver perso le presidenziali è ancora lì che rivendica come fatte le cose che aveva promesso e che non ha mai realizzato quando era in carica, Giorgia Meloni al contrario è passata dall’opposizione roboante al tristo realismo di governo del non c’è trippa per gatti in venti giorni, e questo non è serio, francamente mette in difficoltà anche chi come il Pd stava quasi per prepararsi a fare una vera opposizione, con calma, magari l’anno prossimo, vediamo.

Che poi diciamocelo, siamo onesti, i francesi stanno antipatici un po’ a tutti, e comunque basta spararne una di quelle grosse ogni qualche giorno, cambiare argomento, ieri il 25 aprile, domani i campi di concentramento, poi si fa qualche rettifica ma parziale, e via che è volata un’altra settimana a tirare a campare.


Le emergenze del Paese? Ma per carità, l’emergenza è quella cosa subitanea e imprevista, che succede all’improvviso, se diventa una costante non lo è più, è normalità. Vale per l’inflazione, per l’energia, per le guerre, almeno finché non ti bombardano la casa, o finché non arriva la bolletta, ma se è costante non è emergenza, è normalità, e in generale basta abituarsi a vivere nella perdurante sensazione che qualcosa di terribile stia per succedere: se ci va bene succederà a qualcun altro, e pazienza se capita a chi come Marine Le Pen non è esattamente entusiasta di vedere il suo Paese risolvere il problema che affligge la sua sodale Meloni: a chi tocca, tocca, e comunque, ehi, poteva andar peggio. È l’unica consolazione, per quanto magra, che resta: almeno - almeno - sono degli incapaci.