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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

NSFM, Acca Larentia

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Due dati.

Per prima cosa: nessuno ha mai fatto nulla, né su Acca Larentia, né su Predappio, né sulle altre commemorazioni, né sull’occupazione abusiva di Casa Pound in centro a Roma, né sullo scioglimento delle organizzazioni dichiaratamente neofasciste, nemmeno dopo l’assalto alla Cgil del 9 ottobre 2021.

Ogni anno ci si sorprende ma dovremmo sorprenderci solo della retorica che accompagna quella che ormai è un’inverosimile e incostituzionale tradizione. C’è sempre un “ma” che evita a chiunque si trovi al Governo – anche gli antifascisti sperticati di cui ascoltiamo appassionati interventi nell’imminenza di questi episodi – di prendere decisioni in merito. Al massimo, ci penserà la magistratura, risposta che vale quasi sempre per una politica ridotta ai minimi termini.


Oltre ai fascisti con il braccio teso, ci sono però – e sono molto ma molto più numerosi – quelli che sono eredi del Msi, che ai fatti di Acca Larentia sono collegati: prima di tutto in ragione della commemorazione dell’attentato che colpì proprio i missini (sul posto allora c’era Gianfranco Fini, allora segretario del Fronte della gioventù) ma anche per i collegamenti molto attuali che mantengono con quella galassia nera. Relazioni politiche e personali, storie comuni – almeno fino a un certo punto, in molti casi oltre quel “certo punto”. Legami che è difficile rescindere, come si può vedere dal silenzio della presidente del Consiglio. L’esempio più chiaro è quello di Giuliano Castellino, recentemente condannato proprio per l’attacco alla sede della Cgil, che nel 2008 accompagnava Giorgia Meloni, ministra del governo Berlusconi, alla manifestazione (quella istituzionale, s’intende, non quella pomeridiana dei fascisti dichiarati).


La Russa nel frattempo con il suo solito stile ha tenuto insieme, chissà se inconsapevolmente, i due punti: da una parte, ha dichiarato che Fratelli d’Italia non c’entra, dall’altra che il braccio teso non costituisce reato. Lo stesso hanno fatto altri esponenti di punta del partito, dichiarando che queste manifestazioni offrono il destro (è proprio il caso di dirlo) alle opposizioni. Come se fosse quello il problema.

Ci sarebbe voluta una dichiarazione di estraneità vera e propria e, conseguentemente, di condanna, che però chi non è più fascista ma non è mai diventato antifascista fatica a formulare, non riuscendo nemmeno a concepire la possibilità di un simile passaggio. Un passaggio politico e prima ancora costituzionale.


Permane una colossale ambiguità che qualche peso elettorale ancora conserva (benché le percentuali di Fratelli d’Italia siano considerevolmente più alte di quelle del Msi e della stessa Alleanza nazionale), ma c’è soprattutto un retaggio che non si intende rinnegare e che si celebra ogni volta che si può, glorificando figure come quella di Almirante che alla storia del fascismo e del post-fascismo ha partecipato direttamente, e che è ancora considerato un’icona di quella parte politica. Del resto, un partito tradizionalista non può rinnegare la propria tradizione. È l’unica contraddizione che l’estrema destra italiana, che nelle contraddizioni sguazza da sempre, non si sente di accettare. Loro, sia chiaro, non sono né fascisti né antifascisti. Nel dubbio, comunque, sembrano optare per la prima ipotesi.

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