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Pennacchi l'aedo


Giunti al quinto libro pubblicato da Andrea Pennacchi con People, come editori ci sentiamo pronti a condividere una rivelazione: ciò che rende l’attore padovano un autore così particolare – e prezioso – è proprio la sua consuetudine con l’oralità, con una scrittura che nasce prima sul legno delle assi di un palcoscenico, e solo poi viene messa su carta. Ed è per questo che dopo averci introdotto a Pojana e i suoi fratelli, dopo averci fatto conoscere il tragico e il comico delle guerre del Novecento attraverso gli occhi dei suoi Bepi, dopo averci narrato la storia del Pojanistan dai Neanderthal ai giorni nostri, dopo averci mostrato le radici della sua arte e il suo legame indissolubile con Shakespeare, ci è sembrato del tutto naturale – quasi ovvio– trasportare dal teatro alla libreria anche la versione del Bepide patavino dei poemi omerici.

Nell’approcciarvi a Eroi, questa rilettura dell’Iliade e dell’Odissea da oggi disponibile sul sito di People, non dovete infatti immaginarvi un Pennacchi intento a invocare lo spirito di Rosa Calzecchi Onesti – da cui pure nessuno di noi può prescindere – ma piuttosto fare ricorso al suo inneres Auge, per risalire alle più profonde tra le sue raise storte; quelle che, secondo la tradizione dell’epos classico, tracciano le origini della sua natia Padova nella fuga dall’Ilio in fiamme dell’eroe troiano Antenore.


In fondo, Pennacchi è per noi da sempre il Bardo di Brusegana – un epiteto allitterato, non a caso – e non sono i bardi la versione in salsa celtica degli aedi? Ecco, Pennacchi è un aedo moderno, senza alcuna ombra di dubbio... no, anzi, ci viene il dubbio che di mezzo a questa storia qualche ombra ci sia. Perché l’epica di Pennacchi – lui stesso non ne fa alcun mistero – nasce in osteria, che era esattamente il palcoscenico preferito dagli aedi, i quali hanno tramandato per secoli i poemi omerici cantandone brani agli avventori per una scodella di zuppa o, appunto, un’ombra di vino. E se è più facile vederlo con una Ceres che con una cetra, ciò non toglie che il racconto di Pennacchi dell’Iliade e dell’Odissea riprenda tutti o quasi gli elementi che comunemente associamo alla poetica degli aedi: l’uso della ripetizione, che da elemento cardine della tradizione orale diventa qui strumento comico; la profusione di epiteti, che gli aedi usavano per arricchire la loro esposizione, ma anche per prendere tempo mentre cercavano di ricordare i versi successivi delle complicate trame omeriche, e che Pennacchi usa proustianamente per farci sentire il profumo dei banchi di scuola e dei libri di testo che traboccavano di dive dalle belle chiome o dalle rosate guance, eroi dal piè veloce e dal multiforme ingegno, divinità dalle braccia bianche e lungisaettanti; il linguaggio ricco ma semplice, quasi popolare, generosamente condito da similitudini, che sembra fatto apposta per essere capito e apprezzato tanto in un simposio del VII secolo avanti Cristo, quanto negli infiniti e bennidi bar sport del triveneto, dove siamo certi almeno un tennico saprebbe regalarci una clamorosa soluzione alla vexata questione omerica che ha diviso generazioni di filologi, perché in fondo da Chio a Schio il passo è breve.


C’è però un aspetto, non secondario, in cui Pennacchi si discosta dalla tradizione millenaria dei suoi avi. Come spesso ricordava Luciano De Crescenzo, un altro grande cantore contemporaneo dell’epica classica e dei miti greci, una delle caratteristiche precipue dei grandi poemi omerici era la lunghezza: gli aedi di cui sopra – sosteneva De Crescenzo con l’ironica furbizia partenopea di cui era trai massimi rappresentanti – sentivano chiaramente l’importanza del sacro compito di tramandare ai posteri le gesta degli eroi nella maniera più completa e dettagliata, ma ci tenevano altrettanto ad assicurarsi il maggior numero di piatti di minestra o di bicchieri di vino per ciascun “episodio”, da cui la nascita della lunghissima serialità che ancora oggi gode di grandissima fortuna. Come potrete notare, visto che il libro che tenete in mano non vi ha ancora schiacciato lo sterno o fatto addormentare le cosce, Pennacchi ha scelto in questo caso una versione ridotta che più che del compendio ha il sapore del concentrato, capace di contenere in sé le moltitudini omeriche e restituircele in tutta la loro maestosa epicità, ma anche nella loro introspettiva modernità.


Come già Shakespeare and me, anche Eroi è, infatti, piacevolmente metatestuale: nasce come teatro che parla di teatro, evolve in libro che parla di libri. E, come solo i libri buoni sanno fare, fa venire voglia di leggere altri libri, di conoscere, di approfondire, di aggiungere un altro capitolo, di invitare ancora una volta nelle nostre case gli aedi come Pennacchi, per farci raccontare un’altra storia davanti a un bicchiere di vino.

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