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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Perché parliamo di Taylor Swift?


Perché i media di tutto il mondo non fanno che parlare di Taylor Swift? Perché parlarne su una rivista come Ossigeno? La domanda potrebbe apparentemente sembrare eccessiva: i media si sono sempre - giustamente - occupati anche di arte e cultura, quindi anche di musica. Nella sua primissima incarnazione, Ossigeno non era da meno, peraltro. Ma i meriti o demeriti musicali della popstar statunitense, in questo caso, non c'entrano nulla. Da anni ormai Swift è un argomento di discussione socio-economica, al punto che ci si interroga sul suo ruolo nella lotta alla recessione negli USA, persino su quanto sarebbe - sarà? - decisivo il suo eventuale endorsement a Joe Biden nella sfida del novembre prossimo per la Casa Bianca. Un fenomeno planetario che investe anche il nostro Paese, dove persino un periodico prestigioso come Internazionale ha dedicato alla cantautrice della Pennsylvania la sua storia di copertina di questa settimana - che peraltro vi consigliamo di leggere.


Per certi versi le motivazioni sono tutte valide e persino evidenti, intendiamoci.

Swift è da qualche anno l'artista più popolare sulla scena musicale mondiale, il suo ultimo tour del globo - partito lo scorso anno e tutt'ora in corso - ha già incassato oltre un miliardo di dollari, un record assoluto, sostenuto da centinaia di milioni di fan di ogni età, provenienza e status sociale. Grazie alla crescita esponenziale del mercato degli eventi dal vivo, una tappa del suo tour ha realmente il potere di smuovere l'economia dell'area che lo ospita, al punto che - come citato da Internazionale - è diventata famosa la controversia nata da una serie di stati del sudest asiatico che si sono letteralmente contesi diplomaticamente l'opportunità di veder arrivare nel proprio paese l'Eras tour.

Inoltre, come quasi tutti sanno, da ormai diversi anni Swift ha scelto di intervenire pubblicamente a sostegno delle cause cui sembra tenere molto: i diritti femminili, quelli LGBTQ+, la lotta al razzismo, il controllo delle armi. Questioni centrali nella politica americana - e non solo - degli ultimi anni. La cantautrice statunitense ha espresso chiaramente il suo supporto per i candidati democratici del suo stato di residenza, il Tennessee, e ha dedicato canzoni e dichiarazioni pubbliche a favore del progressismo già a partire dalle elezioni di medio termine del 2018. Sono inoltre ormai celebri i suoi tweet contro Trump, in particolare quello del 2020 in cui, in seguito ad alcune dichiarazioni particolarmente deplorevoli dell'allora presidente sulle proteste di Black Lives Matter, Swift lo accusò di essere un alfiere del suprematismo bianco e gli promise che il voto delle presidenziali di quell'anno lo avrebbe rispedito a casa sua. Un impegno politico che prosegue, tanto che è notizia di questi giorni che in una manciata di concerti negli Stati Uniti gli swifties, i suoi fedelissimi fan, hanno potuto registrarsi per il voto, opportunità colta già da ben 35mila persone. Le sue posizioni fanno imbestialire Trump e i repubblicani, ovviamente, che però l'attaccano molto poco e non poi così aggressivamente, rispetto ad altre figure con molto meno impatto sulle masse. Taylor Swift, infatti, è un'artista che viene dal country, nata nella cosiddetta middle America, bionda con gli occhi azzurri e con poco o nulla - diciamo pure nulla - di "trasgressivo". Potrebbe essere la testimonial perfetta dei valori storici repubblicani, e proprio per questo è particolarmente pericolosa. La sua fanbase, poi, oltre ad essere legione, rivaleggia con quella dello stesso Trump in quanto a devozione per la propria beniamina e per la ferocia verso i suoi detrattori, perciò l'establishment del palazzinaro del Queens teme l'effetto boomerang - oltre a quello boomer.


Quindi tutto bene, no? Il progressismo ha un disperato bisogno di figure di riferimento in grado di catturare l'attenzione delle masse e toglierli quella patina di grigiore e/o di snobismo che spesso lo ha accompagnato, giusto?

Ecco, sì, MA ci permettiamo di dire - chiedendo scusa per la tristissima formula - bene ma non benissimo.

Proviamo a spiegarlo sinteticamente, con tre argomenti:


  1. L'influencer culture è un fenomeno che non riguarda certo solo Taylor Swift. È ormai uno degli elementi pervasivi della nostra cultura di massa, ha i sui effetti maggiori sulle generazioni più giovani, ma non solo. Segue, però, le "leggi" delle piattaforme social, in particolare quella che spesso vuole che a iperboliche ascese di popolarità e ascendente sul pubblico seguano poi delle cadute altrettanto rapide e roboanti nella catastrofe in cui risultano. Un esempio, senza che nessuno si offenda? Chiara Ferragni e Fedez, gli-artisti-un-tempo-noti-come-Ferragnez. Anche loro alfieri del progressismo, portatori in sostanza degli stessi valori di Swift, dopo il pandoro-gate dello scorso anno sono passati nel giro di qualche giorno da essere la coppia d'oro dello star-system italiano a essere - ciascuno dei due per motivi diversi - additati anche dai loro stessi ex-fan, per non parlare del banchetto che i media di destra hanno fatto sulle loro sfortune e sulle loro molte contraddizioni. E la cantautrice americana non è a sua volta priva di aspetti controversi, alcuni dei quali stanno già emergendo. Da tempo il movimento per la lotta al cambiamento climatico critica apertamente l'uso smodato che le superstar mondiali fanno dei jet privati, e in cima alla lista dei tanti che bruciano tonnellate di combustibili fossili nell'aria in pratica anche per andare a prendere un caffè all'angolo c'è proprio Taylor Swift, che si è vista imbrattare il suo enorme velivolo personale proprio pochi giorni fa in una delle fermate del suo gargantuesco - e clamorosamente impattante - plurimo giro del mondo. C'è poi da considerare che se da un lato la cantautrice è un esempio di donna che ha costruito la propria enorme fortuna sul suo talento e sulla sua determinazione in un mondo spesso molto maschilista come quello della musica, va anche detto che - senza nemmeno considerare, perdonatemi se dico una cosa di sinistra, gli aspetti vagamente immorali dei patrimoni che superano il miliardo di dollari - questa è soprattuto frutto di un mercato dei biglietti dei concerti che è un esempio lampante del peggior capitalismo speculativo e predatorio, peraltro sulla pelle dei suoi ammiratori.

  2. Swift non è certo l'unica a vivere queste contraddizioni, anzi. Tanto per fare un esempio, chi è fan dei Pink Floyd non può non notare una certa contraddizione tra le posizioni da sempre dichiaratamente marxiste di Roger Waters e il fatto che lui risieda da decenni negli Stati Uniti anche (soprattutto?) per pagare meno tasse sull'enorme patrimonio accumulato in mezzo secolo di carriera. E allo stesso modo, il suo ex compagno di band David Gilmour sembra non farsi troppi problemi nell'essere un fiero sostenitore dei laburisti e aver più volte sposato la causa ambientale, pur avendo addirittura una piccola collezione di aerei. Solo nessuno avrebbe paura di dirlo, anzi la cosa è stata rinfacciata molto spesso a entrambi, e con loro ai tanti altri esempi simili nel mondo delle celebrità "di sinistra". Se però provate a scrivere qualcosa del genere sui social rispetto a Taylor Swift, probabilmente vi vedrete sommersi di commenti che andranno dal negativo, all'apertamente ostile, al minaccioso. La parte più militante dei fan di Taylor Swift è certo una ristretta minoranza delle centinaia di milioni di swifties, ma si tratta comunque di una marea di persone che spesso sui social hanno atteggiamenti e modalità di interazione con chi percepiscono come "nemico" che - spiace dirlo - sono paragonabili solo a quella dell'alt right. Si vedano appunto i commenti sotto ai pochissimi post che criticano da sinistra la cantautrice: non proprio un contributo positivo e costruttivo a un dibattito pubblico già molto tossico e modellato sul peggior tifo da curva.

  3. Swift ha tutto il diritto - qualcuno direbbe persino il dovere civico - di esprimere le proprie opinioni, e c'è da essere lieti che queste siano in buona parte condivisibili. E, ancora una volta, non è certo la prima musicista a farlo: da Johnny Cash ai Beatles, da Bob Dylan ai Creedence, dai Pink Floyd a Crosby, Stills, Nash e Young , da Springsteen agli U2 ai Rage Against The Machine a chi più ne ha più ne metta, la storia della musica di massa degli ultimi 60 anni è una storia spesso molto politica, e abbiamo citato solo gli esempi di sinistra. Ma anche quando i Beatles erano bigger than Jesus Christ, il loro impatto politico non è mai stato considerato decisivo per le sorti politiche di una nazione. Questo mutamento nei rapporti di forza, sia chiaro, non è minimamente imputabile all'artista americana, anzi. Lo strapotere mediatico e l'enorme influenza di Taylor Swift sono il sintomo di un problema persino più grande, che poi è quello che davvero ci interroga e ci preoccupa.

Se da anni si discute, si litiga e si critica l'impatto positivo o negativo sul discorso pubblico di popstar come Swift, o di comici/podcaster come Joe Rogan (che meriterebbe un post a parte), ma anche di influencer come appunto Chiara Ferragni - per parlare d'Italia -, questo è perché colmano un vuoto enorme che si è creato dove un tempo c'erano la politica e la cultura. Qua non ci si vuole stringere al petto le perle o l'orologio da taschino e gridare o tempora o mores, ma è un fatto che la mancanza di capacità da parte delle leadership politiche e culturali di accendere l'immaginazione delle persone, di farle riflettere sulla propria condizione, di spingerle a impegnarsi nella cosa pubblica, è una delle cause principali del deplorevole stato in cui versa il pianeta. Se nella nazione più potente al mondo la destra ha ormai dato le chiavi di casa a un criminale ex star della tv spazzatura, la sinistra non gode certo di salute invidiabile: quando ancora si parlava di alternative a Biden, i nomi più gettonati - non dal pubblico, eh, dai vertici del partito - includevano Oprah Winfrey e George Clooney. Per non parlare di Matthew McConaughey, che molti hanno seriamente invocato come candidato terzista. Sia detto con rispetto per tutti e tre, ma la cosa è piuttosto inquietante.

Anche perché, pur augurando a Taylor Swift un successo che sfidi le epoche, cosa faremmo se la prossima star a dominare il mondo avesse idee opposte? Citofoneremmo a Billie Eilish, o cominceremmo a pretendere che la politica torni a fare il suo mestiere, una buona volta?

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