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  • Paolo Cosseddu

Perché ci va


Un paio di settimane fa, Jonathan Bazzi ha scatenato una discreta maretta per aver pubblicato un paio di twit critici sul consumo di carne. Il secondo, che seguiva di un giorno il primo, diceva “Mangiare carne oggi, in Occidente, non ha nessuna possibile motivazione, se non il ‘perché mi va’”. Tagliente, ma non particolarmente estremo, del resto in rete si trovano facilmente pagine e siti di gruppi e attivisti che riportano contenuti ben più urtanti, e alla fine, come recita un’abusata citazione di Tolstoj, “se i mattatoi avessero le pareti di vetro tutti sarebbero vegetariani”. Alla sua epoca, peraltro, non esistevano ancora le hamburgerie vegan, e la dieta vegetariana in genere non derivava da scelte etiche, ma dal non potersi permettere la carne. A distanza di 150 anni, anche l’alibi delle pareti dei mattatoi non regge più, perché è veramente facile, oggi, con poco sforzo, informarsi su cosa sono gli allevamenti intensivi e cosa comportano in termini ambientali.


Ma il passaggio rivelatore nelle parole di Bazzi ha un significato molto più ampio di quello che forse l’autore intendeva, ed è quando scrive “perché mi va”, nel senso che il “perché ci va” è in ultima analisi il modo con cui i da poco superati otto miliardi di individui che popolano il pianeta vivono come vivono. Facendo le debite distinzioni, ovviamente, tra un consumatore medio occidentale e uno di un Paese più povero, tra quello più attento e quello meno coscienzioso: ma la tendenza, diciamo così, è uniforme. Ed è questa: non c’è niente, o quasi niente, nei nostri stili di vita di cittadini contemporanei, che sia sostenibile. Non solo per l’ambiente in generale, ma anche per la prosecuzione della vita umana, la nostra, sulla Terra. Viviamo l’era del consumismo, e il consumismo purtroppo non è stato progettato così. Tutto ciò che facciamo e con cui abbiamo a che fare nel corso delle nostre giornate ha un impatto, e non manca molto tempo prima che questo impatto diventi semplicemente non sostenibile, a dire il vero in gran parte già non lo è. I commenti ai post di Bazzi, molti dei quali di rara violenza, sono gli stessi che si potrebbero applicare spostando la discussione su un qualsiasi altro fronte simile, e rivelano che noi questa cosa proprio non ce la vogliamo sentir dire. E certo, nella massa c’è chi riesce ad adottare comportamenti più virtuosi, ma come dice una vecchia metafora, è inutile camminare verso il vagone di coda se il treno corre nella direzione opposta. E c’è poco di cui incazzarsi, inoltre: stiamo distruggendo il pianeta, anzi, in buona parte lo abbiamo già distrutto, e anche se su questo treno ipotetico ci fosse il freno d’emergenza come su quelli veri, tirandolo adesso continuerebbe nel suo tragitto distruttivo ancora a lungo, prima di fermarsi.


Però non vogliamo sentircelo dire. Ci fa arrabbiare. Siamo come quei bambini che, quando imparano per la prima volta a dire le bugie, mentono anche quando la malefatta l’hanno compiuta proprio davanti agli occhi dei genitori: “non sono stato io!”. Solo che non c’è un genitore a sgridare la razza umana, o meglio l’equivalente più vicino è il sistema consumistico e le cose gli vanno benissimo così come sono: “sono ragazzi!”, e i ragazzi hanno le loro esigenze, si sa. Alcune inderogabili, notoriamente: nutrirsi, sostentarsi, vestirsi, mettersi un tetto sulla testa, riscaldarsi. Necessità che già da decenni potremmo soddisfare in modi più sostenibili, eppure non lo facciamo. E poi ci sono quelle accessorie: fare shopping, scegliere cosa mangiare, come vestirsi, e anche queste si potrebbero sostituire, facendo scelte più ragionevoli, più moderate. Ma non facciamo nemmeno queste.


In quanto italiani, poi, coltiviamo pure la schizofrenia della tipicità, del localismo: i nostri amati prodotti enogastronomici. Per carità, non ci si parli di alternative alle ricette delle nostre nonne. Però le nostre nonne consumavano un centesimo di quanto facciamo noi, e sapevano anche far di conto. Noi no, esaltiamo il prosciutto di Rocca Cannuccia e quando iniziamo a vederlo al ristorante, al supermercato, in autogrill e nei menu dei fast food non ci viene mai in mente di chiederci come diavolo sia possibile che Rocca Cannuccia produca da sola così tanti cosci di maiale. Anzi, ce la prendiamo con la carne sintetica, firmiamo petizioni per scongiurare che rimpiazzi le nostre amate tradizioni, che ci piace immaginare portate avanti da burberi fattori con la salopette. Ma non siamo davvero così scemi, ci abbuffiamo e saliamo in auto e facciamo acquisti e in fondo sappiamo benissimo cosa stiamo facendo, solo speriamo di non essere proprio noi la generazione che a un certo punto dovrà pagare il conto. Ma anche fosse, almeno lo faremo da sazi. E pazienza se nel frattempo il mondo va a rotoli. Perché? Perché ci va.




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