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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Quando il negazionismo diventa minaccia esistenziale



Quando, con Giuseppe Civati, ci siamo resi conto che uno dei testi più citati al mondo sul tema del negazionismo non era mai stato tradotto in italiano, abbiamo immediatamente colto l’opportunità di colmare questa lacuna nel panorama letterario del nostro paese. Siamo quindi lieti di annunciare che a settembre uscirà l’edizione italiana di Denial di Keith Kahn-Harris. L’autore, un noto sociologo e docente universitario britannico, è stato così gentile da proporci una nuova introduzione per l’edizione italiana del libro, che firmerà lui stesso e che servirà da “aggiornamento” per quanto accaduto negli intercorsi tra la pubblicazione della prima edizione del libro e la traduzione italiana.

Visto il tema di questo numero di Ossigeno, così attinente agli argomenti di cui parla Denial, abbiamo sfruttato la generosità del Professor Kahn-Harris per un’intervista che vuole essere una sorta di anteprima del libro che siamo certi non potrà che incontrare il vostro interesse.


Quando nel 2019 ha pubblicato la prima edizione di Denial, il negazionismo non era certamente un tema secondario, ma è innegabile che con la pandemia del 2020 è entrato al centro del dibattito politico e sociale del mondo. Ciò cui ha assistito durante il Covid ha confermato le sue tesi, in particolare quelle sul rapporto tra negazionismo e post-negazionismo? C’è qualcosa che ha sorpreso persino lei?

È una domanda su cui ho riflettuto molto, negli ultimi tre anni. L’edizione originale di Denial è stata pubblicata nel Regno Unito nel 2019, ed avevo iniziato a scrivere il libro già nel 2017, anche perché era da molti anni che volevo scrivere un saggio sul diniego e sul negazionismo. I negazionismi, in particolare quello sull’Olocausto e quello sul cambiamento climatico, sono stati al centro dei miei studi accademici per diverso tempo, e c’era molto che volevo dire. Una delle mie tesi era quella che avremmo dovuto prendere sul serio la pretesa di “scientificità” del negazionismo, non perché io la ritenga corretta — ovviamente non lo è —, ma perché ero frustrato da molto di ciò che leggevo sull’argomento, che sembrava ridurre il negazionismo a un mero attacco alla verità di per sé stessa, quando invece il negazionismo, storicamente, si basa molto fermamente su un proprio concetto di verità, e su questo basa il proprio diniego. Quando, dopo quasi vent’anni di studi sull’argomento, sono arrivato finalmente a poterne scrivere in un libro, mi sono ritrovato col terreno che mi franava sotto i pedi. Guardandomi intorno, ad esempio a ciò che stava accadendo negli Stati Uniti con l’allora presidente Trump, ma anche qui nel Regno Unito dopo la Brexit, mi sono reso conto che le cose stavano cambiando. Non perché il negazionismo stesse passando di moda, ma perché stava diventando molto più “fluido”, molto meno “disciplinato”, molto meno legato allo sforzo di creare questo simulacro di verità scientifica. Da questa osservazione è nato il concetto di post-negazionismo di cui si parla nel libro. Ma, in retrospettiva, mi sono anche reso conto che mentre scrivevo Denial, tra il 2017 e il 2018, ci trovavamo esattamente nel punto di svolta storico del negazionismo, quando la sua versione più “classica” e il post-negazionismo occupavano sostanzialmente già uno spazio di pari importanza nel discorso pubblico. Ed è stata proprio la pandemia a dare una sorta di spinta propulsiva al post-negazionismo. Nello stesso periodo, e forse non è un caso, la teoria del complotto di QAnon è diventata mainstream, un fenomeno se non direttamente collegato, certamente esacerbato dalla pandemia.

Ciò che rende in particolare interessante QAnon è che non si basa su un corpo unico, coerente e condiviso di informazioni, ma è piuttosto una collezione, un’antologia di informazioni diverse e molto autonome tra loro. Hanno caratteristiche e principi comuni, ma non sono parte di un’unica narrazione coerente. Questo la rende molto diversa dai negazionismi che si sono sviluppati in una loro forma di ortodossia decodificata, come quello dell’Olocausto e anche quello del cambiamento climatico.

Lo stesso discorso di QAnon è valido anche per il movimento No-Vax, che pure muove da un pensiero antivaccinista molto più antico, che è stato frammentato in diverse narrazioni spesso non coerenti tra loro.

La straordinaria indisciplinatezza degli eventi cui abbiamo assistito dallo scoppio della pandemia è con grande probabilità ciò che ha spostato la bilancia tra negazionismo e post-negazionismo a favore di quest’ultimo.

È interessante, da questo punto di vista, guardare al negazionismo del cambiamento climatico, quello che forse più di ogni altro investiva le proprie energie nel cercare di accreditarsi come basato su un rigoroso pensiero scientifico. Oggi, le correnti maggioritarie all’interno di quel mondo, quelle che più si oppongono alle misure di contrasto all’emergenza climatica, non fanno più affidamento a quel sistema di pensiero, non lo ritengono più necessario. Un cambiamento che è avvenuto molto repentinamente.

Tutto ciò premesso, resto convinto che il negazionismo “classico” sia ancora qualcosa di cui è importante discutere, per comprendere la contemporaneità oltre che per contrastarlo, e lo stesso vale per le forme più semplici di diniego, ma è indubbio che il post-negazionismo sia al momento la parte più produttiva, più vivace, dello spettro della negazione.


Restando sul tema, dopo la pandemia, l’attacco a Capitol Hill del gennaio 2021 è un altro esempio di un avvenimento globale in cui il negazionismo — in questo caso il negazionismo elettorale — ha giocato un ruolo cruciale. A distanza di oltre due anni, lei ritiene che il negazionismo — e più precisamente il post-negazionismo — sia diventato parte del DNA politico della cosiddetta Alt-Right?

Gli eventi del 6 gennaio 2021, che per molti versi rappresentano una storia che continua tutt’oggi, sono certamente affascinanti. Il processo tra Dominion e FoxNews ha mostrato qualcosa cui molto di rado — forse mai come questa volta — chi si occupa di negazionismo può veramente accedere. La causa intentata dall’azienda che realizza sistemi di voto elettronico ha costretto il canale all-news a rendere pubbliche centinaia di documenti riservati, incluse conversazioni private tra i vertici di FoxNews e i suoi conduttori di punta, da cui emerge in maniera conclamata che queste persone non credevano minimamente nelle teorie del complotto che hanno spacciato come vere al pubblico statunitense. È stata sicuramente una cinica scelta commerciale, dato che si trattava di argomenti che avevano molto appeal sugli spettatori di quel network, ma non dobbiamo dimenticare anche una componente non secondaria di paura. Paura di Trump e dei suoi sostenitori più stretti.

Questo rende la vicenda interessante, e molto rara, perché quando mi capita di parlare in pubblico di argomenti come il negazionismo, una delle domande che più spesso mi viene fatta riguardo ai negazionisti è: «Ma ci credono veramente?»

Nella maggior parte dei casi, è una domanda cui non si può rispondere. In questo caso, però, si può, e la risposta è che in molti non ci credono davvero. Le implicazioni di tutto ciò sono piuttosto difficili da analizzare pienamente, ma mi sembra si possa dire che nel post-negazionismo — e in parte anche nel negazionismo classico — c’è un elemento di incontrollabilità potenzialmente molto pericoloso. Viene praticato cinicamente, nel tentativo di controllare qualcosa che in ultima analisi è probabilmente incontrollabile. Ed è altrettanto interessante vedere come anche chi non crede alle teorie cospirazioniste di Trump, e non le supporta, non ha fatto nulla per opporsi a quanto stava succedendo, forse a causa della stessa paura di cui sopra. Allo stesso tempo, vale la pena di precisare che i supporter di QAnon, a mio avviso, credono ciecamente a quanto sostengono.

È molto difficile, al contrario, stabilire se i negazionisti del cambiamento climatico — per fare un esempio — davvero credano in ciò che sostengono, o se anche in quel caso ci sia una componente che sceglie cinicamente di sostenere ciò che non crede.


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