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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

Quanto tempo ci vuole per diventare davvero italiani?


Mentre l’ipocrisia più totale accompagna le morti nel Mediterraneo, con l’indignazione temporanea che non porta ad alcun cambiamento sostanziale nel vergognoso governo dell’immigrazione che proprio su queste morti e sulle sistematiche violenze si basa, si fa un gran stra-parlare di razza, di etnia e di italianità, in questo periodo oscuro del nostro dibattito pubblico.

Per chi vuole ragionare diversamente e indagare la società nella quale viviamo, consigliamo il libro di Camilla Hawthorne, Razza e cittadinanza, appena pubblicato dalle edizioni Astarte.


Fin dalla prefazione di Marilena Umuhoza Delli si coglie l’urgenza di aprire una discussione che superi un muro di pregiudizi e di riflessi suprematisti, a volte dichiarati, spesso inconsapevoli.


Il lavoro di Hawthorne si sviluppa in una ricerca lunga sette anni, attraverso l’Italia afrodiscendente, analizzando la nerezza e la bianchezza nella storia del nostro paese e la loro presenza nella nostra cultura.


Mentre là fuori è tutto “minaccia”, “invasione” e immigrazione “fuori controllo”, Hawthorne mette in fila le questioni che riguardano la presenza nera in Italia, all’interno di un quadro legislativo che rispetto alla cittadinanza è tra i più restrittivi d’Europa e che, dal punto di vista politico-culturale, mentre cresceva la presenza di residenti e di cittadini neri (benché in numero inferiore rispetto a persone provenienti da paesi come l’Albania e la Romania), ha conosciuto una notevole regressione.


La penosa vicenda che ha riguardato lo ius soli, diventato ius culturae e poi ius scholae senza peraltro giungere mai a una riforma, non ha fatto altro che rimandare e peggiorare le cose, in un paese in cui ha ripreso vigore il nazionalismo razziale in ragione del quale si dà per scontato che l’italiano sia bianco e che perciò chi non lo è possa essere italiano solo “fino ad un certo punto”.


La parte più interessante del libro si incontra quando Hawthorne indaga la storia della nerezza in Italia, rilevando come da Lombroso a Mussolini – almeno fino alla metà degli anni Trenta –, la questione della razza fosse parecchio complicata per gli italiani stessi, tra Nord e Sud del Paese, tanto che lo stesso dittatore affermò, nel 1932, che «sono felici mescolanze di razze che donano forza e bellezza alla Nazione». Un punto di vista molto diverso dalla purezza e dalla bianchezza che oggi qualcuno, sulla base della stessa tradizione, vorrebbe rivendicare.


Era il retaggio dell’antica Roma e di uno sguardo mediterraneo che facevano pensare all’Italia come ponte culturale e quindi anche “razziale” verso i paesi africani. Le cose cambiarono con la campagna coloniale in Etiopia e poi precipitarono con le leggi razziali del 1938. Dopo un lungo periodo di amnesia rispetto alla questione, la percezione della nerezza è tornata di attualità con i movimenti migratori degli ultimi trent’anni.


Ora è evidente che ci troviamo di fronte a un paese che intende difendere se stesso senza conoscersi davvero, rivendicando qualcosa che non è e che non è mai stato, senza darsi alcuna prospettiva politica di senso compiuto per gli anni a venire.

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