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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

Quella misura del PNRR che potrebbe aiutare i fuorisede a votare



È di quest’estate una notizia di cui nessun media ha parlato: a partire da inizio agosto è stata aperta la possibilità per i Comuni di accedere ad una misura di finanziamento (oltre 22 milioni di Euro complessivi derivanti dal Fondo Complementare del PNRR) finalizzata a supportarli nell’integrazione delle proprie liste elettorali con l’ANPR – sigla forse poco nota, ma che in realtà è portatrice di una funzione molto importante: si tratta dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, la banca dati unica e digitale del Ministero dell’Interno che raccoglie i dati anagrafici della popolazione residente in Italia e degli iscritti all’AIRE e che, grazie anche a queste nuove risorse economiche, verrà ulteriormente alimentata con le informazioni elettorali di cittadine e cittadini.

Come avrete intuito le due parole chiave sono “unica” e “digitale”: unica, in nome del sacrosanto principio del once only secondo il quale le nostre informazioni ci debbano essere chieste dalla Pubblica Amministrazione una volta sola e siano a quel punto condivise con tutti i vari enti grazie all’interoperabilità dei sistemi; digitale, in modo che i nostri dati siano sempre accessibili ed aggiornabili in ogni momento, in ogni luogo e, soprattutto, rapidamente. Insomma, due caratteristiche che, se riferite al discorso elettorale, assumono una rilevanza non trascurabile.

Parlare, infatti, di semplificazione delle procedure di voto è importante soprattutto in Italia, dove il tempo sembra essersi fermato a 30 anni fa. La situazione è sotto gli occhi di tutti: ad ogni chiamata alle urne si torna a parlare, come se fosse un mantra (prima) o una giustificazione (poi), di “partito del non-voto”. E benché non si possa negare che sempre più persone, per protesta, indifferenza o sfiducia, scelgano di non votare nonostante ne abbiano la possibilità, esiste anche un’altra faccia della stessa medaglia, quella dell’astensionismo involontario - cioè di chi vorrebbe votare, ma non può - che nasce dal fatto che, per diverse ragioni, circa 5 milioni di italiani vivono fuori dal proprio Comune di residenza. Potremmo chiamarlo il “partito del vorrei votare”, o meglio del “vorrei che le Istituzioni mi agevolassero nell’esercitare il mio diritto di voto sancito dalla Costituzione”.


In queste circostanze appare chiaro che le potenzialità di questo processo di integrazione digitale sono molte, anche e soprattutto per i (tanti) fuorisede: senza stare a scomodare l’early voting, il voto via posta, o addirittura la votazione elettronica (che può comunque essere oggetto di sperimentazioni, senza però sottovalutarne complessità e pericoli), la completa digitalizzazione delle liste elettorali potrebbe tradursi in un servizio online attraverso il quale la persona fuorisede possa presentare per tempo una richiesta telematica per votare nel Comune di domicilio, vedendosi aggiornare temporaneamente le proprie informazioni elettorali ed assegnare un seggio a cui recarsi il giorno delle consultazioni.

Ma facciamo un passo in più. Sfruttando la tecnologia già ampiamente sperimentata negli ultimi anni con il green pass, si potrebbero anche sostituire le tessere elettorali cartacee con un election pass, un certificato elettorale digitale scaricabile direttamente da cittadine e cittadini che, una volta verificato ed utilizzato presso il seggio, verrebbe invalidato per quella tornata elettorale non consentendo all’elettore di accedere ad un altro seggio per la stessa specifica votazione.

Si tratta di evoluzioni che permetterebbero di avviare un complessivo percorso di semplificazione e dematerializzazione delle procedure di gestione dei seggi di cui beneficeremmo tutte e tutti.


Fa sorridere (leggasi: arrabbiare) il fatto che proprio quest’estate, con grande clamore politico e mediatico, si sia tornati ancora una volta – l’ennesima – a discutere proprio di questo: era luglio quando, a seguito di una proposta di legge avanzata dalle forze di minoranza e trasformata dalla maggioranza in una legge delega, il governo ha affidato a se stesso il compito di intervenire entro 18 mesi per regolamentare l’esercizio del diritto di voto da parte di chi, per motivi di studio, lavoro o cura, si trovi in una regione diversa da quella di residenza. Partendo con le sole consultazioni referendarie ed europee e poi, forse, valutando l’eventuale adozione di analoghe disposizioni legislative anche per le elezioni politiche.

Non servono particolari abilità divinatorie per immaginare che i fuorisede dovranno saltare ancora diverse tornate elettorali (a partire da quella di giugno 2024 per l’elezione del Parlamento europeo), a meno di non sobbarcarsi i costi e i disagi legati al rientro presso la propria residenza, quando invece, al di là degli impedimenti normativi, la soluzione tecnica per consentire loro di esercitare in modo più agevole il proprio diritto di voto potrebbe essere più semplice di quanto si pensi. E finanziata per buona parte proprio dal PNRR.

Parlare di liste e tessere elettorali digitali forse può sembrare fantascientifico (in Italia, si intende), eppure è qualcosa che potrebbe vedere la luce già nel prossimo futuro e che rende sempre più evidente come si tratti ormai di una mera questione di volontà: la tecnologia si muove veloce e può fornirci gli strumenti per favorire la partecipazione di elettrici ed elettori al processo democratico, affinché votare sia davvero un diritto e non il privilegio di chi se lo può permettere. La politica, però, deve saper tenere il passo.

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