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  • Immagine del redattoreAlessandro Rocca

Quella notte del 3 ottobre 2013



Vito Fiorino è a Lampedusa. Continua a fare i suoi gelati. Proviamo a chiamarci varie volte, ma sull’isola ha problemi di connessione. Poi finalmente ci sentiamo.

Ci sono alcune domande, forse banali, ma mi girano nella testa da quando ho pensato di fare questa chiacchierata con lui per parlare del 3 ottobre 2013.


Che cosa è cambiato in questi dieci anni, da quando hai fatto quel salvataggio? E che cosa è cambiato dentro di te? Come sei cambiato tu e cosa è mutato per le persone che tentano di arrivare in Europa?

Grossi cambiamenti io non li ho visti. Anzi, oserei dire che vedo dei peggioramenti. Nel senso che fino al 2013, quando c'è stata questa grossa tragedia, sembrava fosse tutto un po’ sotto controllo. C’era qualche piccolo naufragio, sì, ma quello del 3 ottobre è stato il naufragio che ha segnato le persone e la situazione dei viaggi della speranza nel Mediterraneo.

Chiaramente, dopo quella tragedia sembrava che tutto dovesse cambiare in meglio, che nulla di simile potesse più accadere. Ma poi, francamente, non è cambiato assolutamente nulla: ricordiamo la tragedia dell'11 ottobre dove sono morti i 268 siriani e, a distanza di dieci anni, riviviamo la tragedia nella strage di Cutro e in quella nel mar Egeo, di fronte alle coste greche.

Le cose migliorano quando si parla di meno morti, quando ci sono meno persone che attraversano il Mediterraneo, ed è certo che dal 2013 a oggi si contano oltre 26mila morti – o meglio, recuperati. Ma quanti altri ce ne saranno di cui non sapremo mai nulla? Direi che questa è un’altra tragedia che è rimasta nascosta.

Cosa è cambiato in me? È cambiato che riesco a coinvolgere le persone, riesco a dialogare, riesco a raccontare la tragedia che ho vissuto, cosa che fino al 2018 non riuscivo a fare. Mi prendeva l'emozione e il pianto. E non riuscivo a parlare. Ricordavo, ma le parole non uscivano. Era una situazione difficile e particolare.

Sicuramente, se avessi avuto un aiuto psicologico da subito, dopo la tragedia, probabilmente sarei stato un po' più tranquillo e mi avrebbe aiutato, dandomi degli strumenti per superare questi momenti che sono molto difficili, soprattutto quando vieni a sapere di nuove tragedie con tanti morti e rivivi quella notte.


Che cos'è che ha fatto scattare in te la voglia di raccontare, di confrontarti con le persone, di ritornare a quella notte? Per cinque anni non hai detto nulla e poi, improvvisamente, cosa è successo?

Sì, qualcosa è successo. Nel 2017 sono stato contattato dall'associazione Gariwo del Giardino dei Giusti. Mi dicono che nel 2018 ci sarà questa nomina ufficiale a Milano e, dopo questa nomina di Giusto dell'umanità, mi avrebbero invitato a novembre a un loro incontro con varie organizzazioni. In quell’incontro, poi, mi è stato chiesto così, senza che me lo aspettassi, di raccontare che cosa era successo quella notte del 3 ottobre 2013.

È stato abbastanza difficile perché così, di punto in bianco, mi sono trovato a dover raccontare la realtà. Però ce l'ho fatta e ho parlato per circa venti minuti. Da quella sera in poi hanno cominciato ad arrivare le richieste di presidi, di professori, di associazioni che mi chiedevano se me la sentivo di andare a parlare con i ragazzi e i giovani. Ho detto “proviamo” e poi mi sono reso conto che questo provare mi aiutava. Mi dà forza e coinvolgimento. Da lì ho continuato sempre, accettando incontri e inviti, raccontando della mia barca – la “Gamar” – e delle sette persone che quella notte erano con me.

Da questi incontri con gli studenti – dalle elementari fino all’università – ho sempre un riscontro positivo.

I bambini delle elementari sono dei bulldozer: cominciano a fare domande, ma domande di spessore, non stupide o banali. Quelli delle medie un po' meno e quelli delle superiori ancora meno. Gli universitari quasi nulla: non perché siano disinteressati, ma perché vengono coinvolti emotivamente sempre di più, perciò subentra l'emotività e fanno più fatica a fare domande. Poi consiglio a tutti comunque di scrivermi una mail, se hanno delle domande che sul momento non sono riusciti a fare.

Nel 2019 faccio un incontro in una scuola del Municipio 8 a Roma. Questi bambini di seconda elementare avevano adottato un Giusto. Ma non mi conoscevano: la maestra voleva partecipare a questo concorso di adozione e così avevano guardato le varie storie dei Giusti e avevano scelto Vito Fiorino.

I bambini spesso esprimono i loro pensieri attraverso dei disegni. Quando ho visto i loro disegni per la prima volta, erano meravigliosi. C'era la Gamar, gente in mare coi salvagenti, io che parlavo con la nuvoletta. Insomma, tutta una cosa figurata. Quando ho saputo di questo incontro ero molto felice, sono entrato in classe e ho detto loro: “Buongiorno. Avete fatto dei bei disegni e siete molto bravi”, quando a un certo punto si alza un bambino e dice: “Ma tu sei Vito Fiorino! Ti ho riconosciuto dalla voce!”. Puoi immaginare cosa sia poi successo in quella classe.


continua a leggere su Ossigeno - N. 13, disponibile in copia singola e abbonamento annuale sullo shop di People. Illustrazione di Benedetta C. Vialli.

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