• Davide Serafin

Rinnovabili, le clamorose parole dell’AD di Terna



L’avessimo scritto qui, sul blog di Ossigeno, qualcuno avrebbe certamente avuto da obiettare. E invece lo ha detto l’amministratore delegato di Terna, Stefano Donnarumma, durante l'Italian Energy Summit organizzato da… Il Sole 24 Ore. Terna è la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale italiana.

Secondo Donnarumma, «se vogliamo veramente fare un passo in avanti e dare una risposta concreta alle problematiche del caro energia e della sicurezza energetica, cercando di renderci indipendenti dal gas, serve un massiccio programma di investimenti in rinnovabili e accumuli: non possiamo tergiversare ulteriormente» (fonte ANSA). Una dichiarazione chiarissima. Investire nelle rinnovabili (FER, fonti di energia rinnovabile) è una questione di sicurezza nazionale, poiché esse garantiscono una certa quota di indipendenza energetica (e ci liberano dalle fonti fossili). Ma non si tratta di “qualche pannello”, come nella vulgata giornalistica italiana: si tratta di riconfigurare la rete nazionale, associando alle fonti rinnovabili un adeguato sistema (si-ste-ma, ripetete con me) di accumulo. Continua Donnarumma: «Terna ha da tempo evidenziato la necessità di promuovere lo sviluppo di capacità di accumulo di grande taglia, fondamentale per accumulare grandi volumi di energia nelle ore centrali della giornata, quando la produzione del fotovoltaico è strutturalmente sovrabbondante, per restituirla soprattutto nelle ore serali e notturne. Per realizzare gli accumuli previsti dal Pniec al 2030 si può stimare un investimento complessivo necessario pari a circa 15 miliardi di euro che porterà un duplice beneficio: da un lato avrà un impatto positivo sul Pil pari a oltre 40 miliardi di euro; dall'altro, grazie agli accumuli, sarà possibile immettere in rete circa 16 terawattora all'anno di energia rinnovabile».


Ma non sarebbe stato più opportuno e sensato ricavare questi 15 miliardi all’interno del PNRR? Se ci fosse una modifica da fare al nostro Piano, l’unica accettabile - e che troverebbe consenso in Europa - sarebbe quella per il potenziamento del sistema di accumulo (che in parte è già esistente con i GW messi a disposizione dai pompaggi idroelettrici). Anziché attuare il curtailment (il distacco) delle FER nei casi di disallineamento tra produzione (in eccesso) e domanda (in difetto), una parte dell’energia prodotta in più verrebbe stoccata per un uso posticipato nel tempo. Semplice, forse necessario visti gli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti in sede europea.

Ma c’è di più. Si era parlato, specie in campagna elettorale, di disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas metano. Donnarumma ha rivelato che «se già oggi il prezzo dell'energia elettrica fosse dipendente solo dal costo industriale delle fonti rinnovabili e non - come oggi accade - ancorato al costo della produzione a gas, il prezzo di riferimento della componente energia della bolletta dell'ultimo trimestre sarebbe inferiore di quasi il 90%». Ebbene, la promessa di una riforma del mercato elettrico proferita da Ursula von der Leyen ed entrata nei programmi elettorali di alcuni partiti, deve essere attuata subito. Senza stabilire il “price cap” o il “revenue cap”, di difficile attuazione e su cui non c’è consenso unanime nell’Unione, si potrebbe già ora passare al modello pay-as-bid, che prevede che la corresponsione – per ciascuna unità di energia prodotta – di una cifra pari al valore effettivamente richiesto in sede di formulazione delle offerte (e non quella - massima - definita dal gas).

Azioni molto chiare sulle quali non dovrebbero sussistere dubbi.