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  • Immagine del redattoreLaura Campiglio

Ritorno in provincia

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Proviamo a fare una cosa noiosa: apriamo l’annuario statistico italiano di Istat. Secondo i dati aggiornati al 2022 riguardo la distribuzione della popolazione in insediamenti abitativi più o meno grandi, gli italiani si dividono come segue: il 16,5% - cioè, arrotondando, circa 9 milioni e 730mila persone - vive in comuni sotto i 5mila abitanti, per brevità definiti paesini, paeselli o altre alterazioni diminutive. Il 68,3% - 40 milioni di persone, la netta maggioranza - in comuni tra i 50 e i 250mila, città piccole e medie. Solo il 15,2% - quindi 8 milioni e 960mila persone - in comuni sopra i 250mila, le grandi città a pieno titolo che in Italia sono dodici in tutto.


Il quadro è chiaro: non solo piccola città batte grande città ma anche paesello batte metropoli, visto che i residenti di tutti quei comuni minuscoli dai nomi esotici, se si unissero a lottare pel loro Germinal, sarebbero più numerosi di tutti i romani, i milanesi, i napoletani, i torinesi, i palermitani, i genovesi, i bolognesi, i fiorentini, i baresi, i catanesi, i veronesi e i veneziani (ecco fatto l’elenco in ordine decrescente delle dodici città italiane sopra i 250mila) messi insieme. Ebbene sì, siamo un popolo di provinciali, stanti i dati di cui sopra che questo ci dicono e l’inveterata tendenza a bollare come “provinciali” - e quindi meschine, grette, anguste - anche città certo non piccole come Messina (208mila abitanti) o Padova (206mila).


Bene. Adesso invece proviamo a fare una cosa divertente: apriamo Netflix, Prime, Mubi o altra piattaforma, e scanaliamo tra film italiani più e meno recenti. La quasi totalità delle storie in cui incappiamo sono ambientate in una delle città facenti parte dell’elenco di cui sopra: è qui che i giovani precari tirano a campare (Smetto quando voglio, Roma; Generazione mille euro, Milano) mentre le élite finanziarie tramano nell’ombra (A casa nostra, Milano); qui che i ragazzi sperimentano le ferite gioiose e terribili della loro età (La solitudine dei numeri primi, e Bianca come il latte, rossa come il sangue, entrambi Torino) mentre gli adulti, impantanati nelle loro famiglie borghesi, si consumano di inquietudine e tradimenti (Io sono l’amore, Milano; Perfetti sconosciuti, Roma); ancora qui che si dipanano torbide trame noir (Almost blue e Quo vadis, baby, entrambi Bologna) o si raccontano appassionate parabole di riscatto sociale (Mare fuori, Napoli).

Non che la provincia e le periferie siano del tutto assenti: per comparire compaiono, ma sempre come terra di nessuno brulla e ostile, dove nulla di umano attecchisce a parte il più spietato degrado sia fisico che morale (un film su tutti: Favolacce, ambientato in quella stessa Spinaceto dalla quale il Nanni Moretti di Caro diario si congeda in tre secondi netti con la leggendaria battuta «Spinaceto pensavo peggio», e via a sgasare col vespino).


In letteratura le cose non vanno molto diversamente. Anche nell’immaginario romanzesco la distinzione è piuttosto netta. Amore e odio, vita e morte, ascese e cadute abitano quasi esclusivamente nelle grandi città, e se la provincia trova diritto di cittadinanza tra le pagine è solo per ricercare due effetti opposti e quindi complementari: il pittoresco del borghetto in amena località di mare/montagna/lago/campagna, ambientazione ideale per una commedia romantica o un noir con il morto entro pagina due, o il sublime feroce del non luogo desolato tutto cemento e palazzoni da cui il protagonista può solo voler scappare (di qui l’inesauribile topos “fuga dalla provincia” che ha per inevitabile corollario l’altrettanto inesausto “senso di inadeguatezza dell’ex provinciale che giunge in città”).

In stretta osservanza dei più logori stereotipi, si procede per associazioni automatiche di tema e luogo: vuoi scrivere un dramma amoroso, di quelli piccoli in cui non muore nessuno o di quelli grandi che almeno un cadavere se lo lasciano dietro? Roma è perfetta per entrambi. Romanzo di formazione giovanile? Bologna e non sbagli. Romanzo sociale? Naturalmente Napoli. Un bel noir? Milano sembra fatta apposta, con l’ultimo paragrafo della quarta di copertina già bell’e pronto per inserirsi nell’immarcescibile serie “in una Milano”: in una Milano deserta e spettrale (o caotica e babelica, o gelida, torrida, lisergica, alcolica) il commissario tal dei tali ecc. ecc. Nel paesino delle valli bergamasche o delle Murge, invece, funzionano storie familiari truci, sordide parabole di meschinità, terrificanti cronache del male assoluto che si annida negli interstizi segreti del quotidiano.


Forse ancora più emblematica è la diversa declinazione del medesimo tema a seconda che si tratti di una storia di città o di provincia. Prendiamo come esempio quella che in letteratura e cinema è forse la questione più rappresentata di sempre: le corna. Le corna di città avranno facilmente un’allure drammatica, con il loro portato di dubbi, caduta delle certezze e disperazione che solo un’inattesa crescita personale riuscirà in parte a compensare. Variante hardcore: l’irreprensibile padre di famiglia nasconde in cantina due adolescenti legate. Le corna di provincia si consumano sul registro del boccaccesco con i personaggi che virano inevitabilmente alla macchietta, per poi differenziarsi in base all’ulteriore suddivisione tra provincia ricca e provincia povera: nella prima, i protagonisti saranno degli arricchiti burini, fautori del più bieco conformismo e inconsapevoli alfieri dell’ignoranza più becera. Nella seconda, dei poveracci col cuore grande (o viceversa capaci di grandi crudeltà) che parlano solo dialetto e trovano nel tinello il loro habitat naturale (variante hardcore: il capofamiglia indulge in atti di zoofilia nel segreto della stalla).


La lottizzazione tematica è così collaudata che ogni scelta diversa suona irrimediabilmente strana a noi spettatori per primi: tutti o quasi avvertiremmo qualcosa di dissonante se non di apertamente stonato in un grande dramma esistenziale giocato nella cornice intimista delle mura domestiche e ambientato, che so, a Gallarate o a Ruvo di Puglia, salvo cogliere nell’accostamento una nota grottesca che, allora sì, lo giustificherebbe. Forse perché, con la pigrizia mentale che sempre più caratterizza la fruizione artistica, risulta in qualche modo rassicurante sapere in anticipo magari non proprio come va a finire, ma di sicuro dove si va a parare: qualsiasi cosa stiamo per vedere o leggere, se è ambientata in città i personaggi confesseranno di aver vissuto, amato, sofferto; se invece lo sfondo è la provincia gli stessi personaggi spesso il male di vivere hanno incontrato, preferibilmente sotto forma di droga, povertà e miseria umana.


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