top of page
  • Franz Foti

Roe vs Wade. 150 anni di lotta per il diritto all’autodeterminazione

In occasione dei 50 anni dalla storica sentenza Roe vs Wade, che il 22 gennaio 1973 ha visto la Corte Suprema degli Stati Uniti riconoscere a tutte le donne americane il diritto all'aborto, pubblichiamo il capitolo dedicato a questo tema tratto da "La squadra. Il futuro del progressismo in America" di Francesco Foti.



Margaret Sanger, Sarah Weddington, Alexandria Ocasio-Cortez

«Non siamo qui per sostenere l’aborto. Non chiediamo a questa Corte di giudicare che l’aborto sia buono o desiderabile in qualsiasi situazione. Siamo qui per sostenere che dovrebbe essere la donna stessa a decidere se portare a termine o interrompere la propria gravidanza. Che ha il diritto costituzionale di decidere per sé stessa.» Sarah Weddington, avvocata, docente, parlamentare


Era il 13 dicembre del 1971 quando una giovane ventiseienne pronunciò queste parole davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Era Sarah Weddington, l’avvocata che portò davanti al massimo tribunale del Paese il famoso caso Roe vs Wade, e che ottenne il favore della Corte, il 22 gennaio del 1973, garantendo finalmente il diritto di scelta a tutte le donne americane. Un diritto che, a distanza di mezzo secolo, l’attuale Corte Suprema ha deciso di revocare, in una sentenza, comminata il 24 giugno del 2022, destinata a fare persino più scalpore della precedente. Una decisione scioccante, gravissima, che mette a repentaglio la libertà e la salute di milioni di donne. Mentre si scrive questo libro, l’aborto è di fatto già illegale in 13 Stati – Arkansas, Idaho, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, North Dakota, Oklahoma, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah e Wyoming –, mentre potrebbe diventarlo in altri 13: Alabama, Arizona, Georgia, Florida, Indiana, Iowa, Michigan, Montana, Nebraska, Ohio, South Carolina, West Virginia e Wisconsin. Una decisione che tuttavia è ben lungi dall’essere inattesa. L’offensiva della destra ultraconservatrice nei confronti dei diritti delle donne è cominciata, di fatto, il giorno dopo quella fatidica sentenza di cinquant’anni fa, ma è proprio negli ultimi anni che si è intensificata. Si calcola che dal 1973 siano state oltre mille le leggi messe in campo dalle assemblee legislative dei singoli Stati americani per limitare il diritto di scelta delle donne, e oltre un quarto di queste sono state promulgate solo dal 2015 ad oggi. Durante la sua presidenza, Trump ha dichiarato più volte che la Roe vs Wade sarebbe stata presto rimessa in discussione, e le sue nomine alla Corte Suprema – ovviamente tutte di ultraconservatori anti-abortisti – sono andate esattamente in quella direzione.

Alexandria Ocasio-Cortez e la sua squadra sono state in prima fila nella difesa di questi diritti sin dalla loro elezione nell’autunno del 2018. Tra i primi atti del loro mandato, nel giugno del 2019 hanno promosso una raccolta firme alla Camera per l’abolizione del cosiddetto “Emendamento Hyde”, che dal 1976 impediva al sistema delle assicurazioni sanitarie pubbliche il finanziamento degli aborti. Un’enorme discriminazione, che colpiva in particolare le donne povere e le minoranze etniche degli Stati Uniti, rendendo estremamente difficile per loro l’accesso alle cliniche abortive. «Il divieto all’aborto non riguarda solo il controllo dei corpi delle donne. Riguarda il controllo della loro sessualità, la volontà di possederle. Dalla limitazione del controllo delle nascite al divieto dell’educazione sessuale, i fondamentalisti religiosi statunitensi stanno lavorando duramente per mettere fuori legge tutto ciò che riguarda il sesso e che esula dalla loro dottrina» aveva dichiarato AOC proprio nella primavera del 2019. Fortunatamente possiamo parlare al passato dell’Emendamento Hyde: con l’avvento dell’amministrazione Biden, nel 2022 per la prima volta non è stato rinnovato in alcuna forma. Una vittoria per le donne e per il progressismo, specie considerando che prima delle elezioni del 2020 Biden aveva sempre sostenuto il rinnovo di quel divieto. Una vittoria che però impallidisce di fronte a quanto deciso dalla Corte Suprema poche settimane dopo. Una decisione che avrebbe potuto essere evitata, perché la Camera dei Rappresentanti nel 2021 aveva approvato il Women’s Health Protection Act – di cui Ocasio-Cortez era una delle cofirmatarie –, che per la prima volta sanciva per legge quanto garantito dalla sentenza Roe vs Wade nel ’73. Se questa legge fosse stata approvata, la sentenza della Corte Suprema del giugno scorso non avrebbe avuto alcun valore, e i diritti delle donne sarebbero garantiti su tutto il territorio degli Stati Uniti, non per giurisprudenza ma grazie a una legge federale. Questo purtroppo non è avvenuto, perché alla camera alta il Senatore centrista Manchin – per l’ennesima volta – si è schierato con i repubblicani, affossando la legge. Quando si dice che è la sinistra a essere la spina nel fianco dei democratici sarebbe bene ricordarsi episodi come questo, che, ahimè, si ripetono di capitolo in capitolo nella storia che state leggendo.

Lasciando da parte per un momento le miserie dei democratici Usa, è importante ribadire il fondamento politico che è la vera ragione del contendere, in questa battaglia sull’aborto. Il diritto di scelta delle donne sarebbe già una ragione più che sufficiente per contrastare con il massimo impegno e con ogni strumento a disposizione quanto deciso al Marble Palace, sede della Corte Suprema. C’è molto di più, però, e questa sentenza potrebbe essere solo l’inizio. Già, perché nel 1973 come nel 2022 l’aspetto su cui si è concentrata la decisione della Corte è in particolare il quattordicesimo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, il quale, nel suo primo punto, sancisce che:

Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e sottoposte alla relativa giurisdizione sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono. Nessuno Stato produrrà o applicherà una qualsiasi legge che limiti i privilegi o le immunità dei cittadini degli Stati Uniti; né potrà alcuno Stato privare qualsiasi persona della vita, della libertà o della proprietà senza un processo nelle dovute forme di legge; né negare a qualsiasi persona sotto la sua giurisdizione l’eguale protezione delle leggi.

Ebbene, se nella sentenza Roe vs Wade la Corte Suprema ha riconosciuto che proprio in questa parte della Costituzione è compreso il diritto alla privacy e all’autodeterminazione delle donne, nella Dobbs vs Jackson del 2022 le massime autorità giudiziarie degli Usa hanno stabilito che non solo ciò non è vero, ma che anzi tali diritti non sono “profondamente radicati” nella tradizione degli Stati Uniti e non erano certo nella mente dei legislatori che stilarono e approvarono il quattordicesimo emendamento tra il 1866 e il 1868. Un precedente pericolosissimo, perché è proprio in virtù delle protezioni garantite da questo caposaldo della Costituzione americana che in passato si riconobbero non solo la piena cittadinanza degli schiavi liberati, ma nelle decadi successive anche il diritto alla contraccezione, ai matrimoni interraziali e a quelli omosessuali. Tutti diritti che, secondo la logica della Corte, non sono di certo “profondamente radicati” nella storia degli Usa e non erano di sicuro nella mente del legislatore 150 anni fa. Il pericolo potenziale posto da questa lettura “letterale” del dettato costituzionale – non dissimile, se la provocazione è concessa, dalla lettura letterale della Bibbia che è pratica diffusa tra i sostenitori di queste sentenze – è quindi evidente, e giudici Costituzionali di estrema destra come Thomas e Kavanaugh non hanno fatto nulla per nascondere che è loro intenzione mettere in discussione l’intero impianto dei diritti civili, qualora l’occasione si presenti. E possiamo stare certi che gli Stati guidati da governatori repubblicani forniranno occasioni su occasioni, nei mesi e negli anni a venire. Pur senza alcuna velleità da costituzionalista o da storico – men che meno per quanto riguarda gli Stati Uniti –, non credo che queste pagine saranno tacciate di superbia, se si metterà però in discussione non solo il merito politico delle decisioni della Corte, quanto anche quello di prospettiva storica. Non tanto per un puntiglio polemico, ma per comprendere meglio il contesto in cui inserire le prospettive future della lotta per l’autodeterminazione negli Stati Uniti.

E non solo, perché chi guarda alle vicende politiche del nostro Paese sa benissimo che l’attacco alla libertà delle donne è più vivo che mai. Si scrive Kavanaugh, si legge Pillon.

Tornando a noi, dunque, siamo propri sicuri che la mente dei legislatori americani della seconda metà dell’Ottocento fosse del tutto avulsa dal discorso riguardante i diritti riproduttivi? Siamo sicuri che il diritto all’aborto sia davvero estraneo alla storia degli Usa?

Qualcuno potrebbe sorprendersi, ma nel primo secolo di storia degli Stati Uniti, l’aborto non era affatto illegale, era anzi permesso e – pare – ampiamente praticato. Non solo, i farmaci e i preparati in grado di indurre l’aborto erano liberamente commercializzati e oggetto di campagne pubblicitarie. L’unico limite era quello temporale: l’aborto era concesso – e sostanzialmente tollerato persino dalle autorità religiose – fino al cosiddetto “quickening” (letteralmente “il ravvivarsi”), cioè il momento del tutto soggettivo e arbitrario in cui la donna sentiva per la prima volta il feto “animarsi” dentro di sé. Ancora più difficile è, forse, immaginare quale categoria fu la prima a chiedere limitazioni all’aborto: fu l’American Medical Association, oggi una delle categorie in prima fila nella lotta per il diritto di scelta delle donne. Nella prima metà del diciannovesimo secolo questa neonata associazione era però molto più interessata a proteggere gli interessi dei medici, che sentivano il loro potere minacciato dalle moltissime cliniche abortive gestite da infermiere e ostetriche donne – che all’epoca estremamente di rado avevano accesso alla professione medica vera e propria – e dal già citato fiorente mercato delle pillole e dei decotti abortivi, per cui non era necessario l’intervento di un medico o di un professionista sanitario.


Fu, quindi, un’azione di lobbismo ante litteram a convincere diversi Stati a introdurre le prime limitazioni all’aborto. Lobbismo condito da una generosa iniezione di sessismo, però. E di razzismo. Horatio Storer, presidente dell’AMA che si fece portabandiera di questa prima vera campagna antiabortiva negli Stati Uniti, infatti, vedeva nell’aborto un pericolo alla sopravvivenza della razza bianca. In quel periodo, grazie anche alla diffusione dei contraccettivi, il tasso di natalità tra le classi medie bianche stava vivendo un calo, proprio mentre era in corso uno dei flussi migratori più consistenti nella storia moderna, con milioni di persone che approdavano sulle coste Usa in cerca di fortuna. Impedire alle donne bianche di abortire, quindi, era necessario alla difesa della razza. «Queste regioni saranno occupate dai nostri figli o da quelli degli stranieri? Questa è una domanda a cui le nostre donne devono rispondere; dai loro lombi dipende il futuro destino della nazione» pare avesse dichiarato all’epoca Storer.

A livello federale, però, fu solo nel 1873 che venne introdotta la prima legge che limitava le pratiche abortive, con le cosiddette “Comstock Laws”. Queste leggi, che devono il proprio nome all’allora ispettore generale della polizia postale statunitense Anthony Comstock, proibirono infatti la vendita e la distribuzione via posta di contraccettivi, farmaci abortivi, giocattoli sessuali e materiale pornografico. L’associazione tra questi elementi non è casuale: l’ufficiale era a capo di una crociata nazionale contro l’oscenità e in difesa della pubblica morale, e sosteneva che la diffusione di contraccettivi e farmaci abortivi stava corrompendo le giovani americane, rendendo “pericolosamente senza conseguenze” l’atto sessuale. Ricordate il controllo del corpo femminile e la criminalizzazione del sesso di cui parlava aoc a inizio capitolo? Eccole entrare in scena, quasi un secolo e mezzo prima.


Allora come oggi, sono state proprio le donne le avversarie più temibili del pensiero moralista, maschilista e razzista. Planned Parenthood è universalmente riconosciuta come la più importante organizzazione per i diritti riproduttivi de- gli Stati Uniti. Le radici di questa organizzazione risalgono al 1914, quando l’infermiera – e attivista femminista e socialista – Margaret Sanger fondò The Woman Rebel, un mensile che, sfidando apertamente le Comstock Laws, promuoveva l’educazione sessuale e la contraccezione. Due anni dopo, Sanger fondò a Brooklyn, New York, la prima “clinica contraccettiva” in America, e nel 1921 la American Birth Control League, che nel 1942 cambiò il suo nome in Planned Parenthood. Per la sua attività Sanger fu perseguita, costretta all’esilio nel Regno Unito e successivamente incarcerata, seppur per breve tempo. Le cliniche di Planned Parenthood aiutano e hanno aiutato milioni di donne americane a esercitare il proprio diritto all’au- todeterminazione; ora, però, di fronte all’offensiva messa in atto dalla destra ultraconservatrice, è il momento che il governo federale faccia la propria parte. E sono ancora una volta le donne a lottare in prima fila. Ocasio-Cortez era già intervenuta al Congresso all’indomani della decisione al Palazzo di Marmo, dichiarando:


Oggi è un giorno molto difficile, per il nostro Paese. Noi tutti, oggi, ci siamo svegliati con meno diritti di ieri. In particolare, le persone in stato di gravidanza oggi vivono un pericolo maggiore rispetto a ieri, in seguito alla decisione della Corte Suprema di ribaltare la sentenza Roe vs Wade. Una sola cosa è certa. Noi continueremo a lottare finché non sarà posto rimedio a questa ingiustizia. E mi rivolgo ai miei colleghi all’altro capo dell’Aula. Noi non andiamo da nessuna parte. Continueremo a lottare, a fare pressione. Non ci ridurrete al silenzio.


E infatti la deputata del Bronx e le sue compagne di lotta non sono state zitte. Durante le manifestazioni sorte spontaneamente in seguito alla sentenza della Corte Suprema, AOC e il resto della squadra hanno marciato con le donne e con gli uomini che si oppongono a questo enorme passo indietro nella strada verso la parità di genere e la libertà personale. Prendendo parola durante la manifestazione newyorchese del 24 giugno, Ocasio- Cortez è intervenuta prima condividendo una toccante vicenda personale e universale allo stesso tempo, e poi invitando tutte e tutti – Biden in particolare – a rispondere immediatamente:


Dobbiamo batterci da subito e senza sosta fino a quando i nostri diritti non ci saranno pienamente restituiti. Voglio prendere un momento per riconoscere e rendere onore a questo spazio di dialogo, e alle donne che sono intervenute prima di me e che hanno voluto condividere le loro storie. Fino a quattro anni fa, ero una cameriera in un locale proprio qua dietro. Due portoni a fianco c’era una clinica per i diritti riproduttivi. Ci ho accompagnato più di un’amica, negli anni, qualcuna vittima di stupro. Io stessa, quando avevo 22 anni, sono stata violentata, qui a New York. Ero completamente sola. Così sola che ho dovuto fare un test di gravidanza in un bagno pubblico qui nel centro di Manhattan. Mentre aspettavo di conoscerne l’esito, lì dentro a quel cubicolo, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era “grazie a Dio ho il diritto di scegliere, almeno. Il diritto di scegliere il mio destino”. Non sapevo, allora, che il test sarebbe stato negativo. Ma non fa differenza, perché questa è una cosa che ci riguarda tutti. E non solo le donne. Tutti. E il Presidente Biden deve sapere – dobbiamo farglielo sapere – che ha degli strumenti a sua disposizione per contrastare quello che è accaduto. Cominciamo dal più piccolo dei piccoli passi: il governo apra cliniche abortive in tutti gli Stati repubblicani.


La lotta iniziata da Margaret Sanger oltre cento anni fa, proseguita da Sarah Weddington all’inizio degli anni ’70, purtroppo ha subito un duro colpo, ma grazie anche all’impegno di donne come Alexandria Ocasio-Cortez e della Squad non si fermerà. Una piccola, piccolissima vittoria l’ha già ottenuta: all’inizio di luglio del 2022, il Presidente Biden ha firmato un ordine esecutivo in cui si stabilisce che le strutture sanitarie pubbliche finanziate dal governo federale continueranno a garantire l’accesso alla contraccezione e ai servizi di salute riproduttiva, inclusa l’interruzione di gravidanza, nelle situazioni d’emergenza. Questo indipendentemente dalle leggi vigenti nei singoli Stati in materia di aborto. Possiamo solo augurarci che sia il primo segnale di un reale impegno da parte dei democratici per garantire i diritti di tutte e tutti. Il 19 luglio 2022 un nutrito gruppo di donne protesta a Washington davanti al Palazzo di Marmo, sede della Corte Suprema degli Stati Uniti, contro la decisione di revocare la sentenza Roe vs Wade del 1973. Tra loro ci sono Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e Cori Bush. «We want back down», ‘Non ci faremo da parte’ recita lo slogan che adorna i fazzoletti verdi che portano al collo, mentre vengono arrestate dalla polizia per aver violato le transenne che bloccano lo spazio di fronte alla Corte per impedire le manifestazioni. Ciò nonostante, non si faranno da parte, possiamo starne certi.




bottom of page