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  • Immagine del redattoreDavide Serafin

Salario minimo, non resta che aspettare (la prossima legislatura)



Se non fosse che i salari di lavoratrici e lavoratori italiani - già a livelli estremamente bassi da almeno trent’anni - nell’ultimo periodo sono stati fortemente erosi dall’inflazione e che la questione è quindi maledettamente seria, si tratterebbe di liquidare lo storico accordo delle opposizioni sul salario minimo come l’ennesimo teatrino politico di inizio estate. Una proposta di legge di tipo balneare, si direbbe, di cui discutere sotto l’ombrellone (pagato a rate).

Ma no, non si intende qui affossare questo ennesimo tentativo di dare corpo a una norma terribilmente necessaria, perché quel colpo glielo conferirà la maggioranza parlamentare, allora concediamoci un primo momento di giubilo.

Evviva! Finalmente! L’accordo è stato fatto.

Qualcuno dirà che si sarebbe potuto concludere ben prima, quando i protagonisti - quasi tutti gli stessi - si fronteggiavano sulla tematica nelle commissioni parlamentari come neanche nelle trincee cambogiane, pur sedendo fianco a fianco negli scranni del governo. Ma tant’è, quel tempo è andato definitivamente perduto, “come lacrime nella pioggia".

Al di là delle domande più triviali (“durerà il patto dell’ascensore?”, “Calenda ha già smentito?”, “è stata avviata la discussione con le parti sociali?”), dalla lettura del testo pare siano rimaste inevase almeno due importanti questioni. Mentre le rotative sono già partite e sfornano manifesti elogiativi con l’effigie dell’artefice del Miracolo (e lavoratrici e lavoratori sanno che la battaglia per il salario minimo “porta il tuo nome”, come una serie di altre irriferibili parole vista la magrezza delle buste paga), la gara al posizionamento è già partita. Spiace vedere più attenzione alla comunicazione che non alla concreta e fattiva collaborazione tra le parti ma tant’è, chi scrive non può farci nulla. L’unica cosa rimasta da fare è guardare attentamente alle nuove norme e valutarle alla luce di quella serie di principi di cui abbiamo ampiamente detto in passato.

Procediamo con ordine.


L’aggiornamento periodico (art. 5): qui risiede, a nostro modo di vedere, l’aspetto più critico. Come nel testo proposto dai 5 Stelle, l’aggiornamento del salario minimo è demandato a una commissione costituita ad hoc, «composta da rappresentanti istituzionali e dalle parti sociali comparativamente più rappresentative». Peccato non sia stata colta la necessità di sganciare l’aggiornamento periodico dalla decisione politica (o politico-sindacale). In Francia il cosiddetto SMIC (“salaire minimum interprofessionnel de croissance”) è rivalutato annualmente sulla base dell’inflazione. Scrive Bankitalia nella ‘Relazione annuale 2022’ che negli ultimi dodici mesi lo SMIC è aumentato di oltre il 6,5 per cento, in linea con l’andamento dei prezzi al consumo. Questo rialzo ha spinto le parti sociali alla rinegoziazione di numerosi contratti collettivi, per adeguare i minimi salariali delle professioni meno qualificate ai più elevati livelli raggiunti dallo SMIC. L’incremento delle retribuzioni per le occupazioni più specializzate è stato invece limitato, attenuando i rischi di una rincorsa tra inflazione e crescita del costo del lavoro. Quindi, salario minimo indicizzato non significa nell’immediato una corsa all’inflazione. D’altronde, se si volesse evitare il vincolo all’aumento del costo della vita, basterebbe rivalutare il SM periodicamente in base al criterio del 60 per cento del salario mediano risultante dai CCNL più rappresentativi (sono circa 75 in totale), cosa che metterebbe al centro proprio la contrattazione collettiva. Tale criterio avrebbe poi il merito di rendere sempre evidente la soglia al di sotto della quale è lesa la dignità di chi lavora, quel “60 per cento mediano” ove la letteratura in materia colloca i lavoratori in condizione di povertà.

Invece, demandare la decisione alla commissione politico-sindacale potrebbe causare il congelamento del salario minimo a 9 euro per lunghi anni vanificandone l'effettività, almeno fin quando non vi sarà la volontà delle parti di acconsentire a un suo adeguamento.


Le sanzioni (art. 6). La repressione delle condotte elusive è conseguente al ricorso presso il «giudice del lavoro del luogo ove è posto in essere il comportamento denunziato», il quale, «convocate le parti e assunte sommarie informazioni, qualora ritenga sussistente la violazione di cui al presente comma, ordina al datore di lavoro, con decreto motivato e immediatamente esecutivo, la corresponsione ai lavoratori del trattamento economico complessivo e di tutti gli oneri conseguenti». Il testo ricalca la proposta dei 5 Stelle, che abbiamo in precedenza criticato perché pone l’ostacolo del ricorso da parte dei lavoratori, che non è mai un passaggio semplice da percorrere, specie nei settori meno tutelati. Non sono presenti pertanto sanzioni immediatamente applicabili nel caso dell’accertamento in sede ispettiva della mancata corresponsione della giusta retribuzione.

Della responsabilità solidale dei committenti negli appalti non si fa alcuna menzione, purtroppo.

Nella legislatura attuale difficilmente questo testo verrà calendarizzato. Se verrà calendarizzato, si perderà nei rivoli delle discussioni all’interno delle commissioni parlamentari, esattamente come è accaduto nella scorsa legislatura e in quella precedente. Non resta che aspettare nuove elezioni politiche, la vittoria di una coalizione che raggruppi tutti i proponenti di questa legge, la buona volontà di qualche parlamentare a presentare nuovamente un testo (magari migliorato), la sua definitiva approvazione al termine di tutto l’iter parlamentare prima del disfacimento totale della medesima coalizione parlamentare che l’ha proposta. Che volete che sia, un passaggio da niente.

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