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  • Immagine del redattoreDavide Serafin

Salvare le “cascine”, la crociata anti fotovoltaico


Secondo una certa narrazione giornalistica, si tratterebbe di un assedio: quello degli impianti di energia rinnovabile alle nostre campagne. Sono pronte petizioni per “salvare le cascine” dal consumo di suolo che continua a erodere campi coltivabili.

Iniziativa encomiabile, sia chiaro. Le cascine sono un bene architettonico che andrebbe tutelato, specie quelle storiche. Ma occorre mettere le cose in ordine.

Primo. Se si è contrari al consumo di suolo, lo si dovrebbe essere SEMPRE, anche quando ettari di suolo agricolo vengono consumati in modo irredimibile da capannoni industriali destinati alla Logistica. Nessuna levata di scudi, nessuna petizione è organizzata quando dall’oggi al domani sono concesse autorizzazioni a costruire e a urbanizzare terreni fino a poco prima fertilissimi. Nessun obbligo di rispetto dei criteri di sostenibilità ambientale è impartito ai costruttori. Si costruiscono nuove strade e nuovi parcheggi. Terreno impermeabilizzato, che inizia ad accumulare calore.


Secondo. Contrariamente a quel che sembra, non è in corso nessuna invasione delle campagne da parte degli impianti FER, sia fotovoltaici che altro. Secondo ISPRA, la superficie agricola disponibile è pari a 16,6 mln di ettari, la superficie agricola utilizzata si attesta a 12,4 mln di ettari mentre quella non utilizzata/abbandonata  è di circa 4,2 mln di ettari. Ogni anno sono abbandonati circa 120 mila ettari. È stato calcolato che, per realizzare la potenza richiesta, escludendo il 50 per cento di installazioni sui tetti, sono necessari circa  40 mila ettari di terreno, equivalente all’1 per cento della superficie agricola non utilizzata o allo 0,2 per cento della superficie dell’Italia (dati PNIEC e ISPRA). Tra l’altro, le installazioni di fotovoltaico su terreno agricolo non necessariamente ne comportano l’alterazione come invece avviene nel caso di nuove costruzioni, che ne compromettono per sempre l’utilizzo.

Terzo. Il Decreto Aree Idonee per le rinnovabili è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 2 luglio 2024 ed è finalmente in vigore dopo tre anni di attesa, ma di fatto non ha risolto i due problemi iniziali che la definizione delle aree idonee e inidonee a ospitare impianti di energia rinnovabile porta con sé, ossia il rimpallo tra Stato e Regioni e l’eccessiva divaricazione tra i criteri adottati da una regione all’altra. Se l’obiettivo iniziale del decreto era quello di ridurre al minimo i contrasti tra i diversi livelli di governo, la realtà è che potrebbe invece innescare ulteriori conflitti laddove pone il potere decisionale in via prioritaria in capo alle regioni e alle province, stabilendo che, in caso di mancata adozione della legge nei termini previsti (180 giorni), il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica possa adottare “le opportune iniziative ai fini dell’esercizio dei poteri sostitutivi”.


I criteri di orientamento delle decisioni sono tuttavia forieri di confusione. Danno sì priorità a strutture già antropizzate quali capannoni industriali, parcheggi, aree a destinazione industriale, artigianale, per servizi e logistica, ma obbligano alla verifica dell’idoneità di aree non sfruttabili per altri scopi, come ad esempio le superfici agricole non utilizzabili - che sarebbero comunque da censire. Va da sé che il problema delle aree idonee a ospitare impianti cosiddetti utility scale (ossia con potenze superiori a 1 MW) non possa essere risolto solo attraverso la copertura di edifici o aree destinate a parcheggio e tuttavia resterebbe il problema di come regolare il diritto di superficie, cioè la possibilità di cedere a terzi il tetto del proprio capannone per l’installazione di un impianto fotovoltaico.

Quarto. Lo Stato dovrebbe innanzitutto pianificare la dismissione delle centrali elettriche a carbone ancora in uso (sono otto) al fine di convertire le aree già utilizzate all’installazione di impianti FER e di stoccaggio dell’energia elettrica. Deve inoltre trovare altre aree idonee a ospitare gli ulteriori impianti utility scale necessari a soddisfare la domanda interna. Il criterio del riutilizzo delle aree industriali dismesse dovrebbe essere sempre prioritario, in qualunque regione.

Quinto e ultimo. Occorre evitare in qualunque modo l’ulteriore antropizzazione dei territori appenninici, specie quei pochi rimasti scevri dell’intervento umano. Anche laddove vi sarebbe una potenziale produzione da eolico, se gli impianti proposti comportano la costruzione di strade e di piattaforme di calcestruzzo altrimenti evitabili, gli interventi non dovrebbero essere ammessi. E non è possibile lasciare la decisione alle regioni. Dovrebbe essere prevalente il principio costituzionale della tutela ambientale e del paesaggio. Questo dovrebbe essere l’unico limite alla proliferazione degli impianti FER.

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