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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Schiavizziamoli a casa loro



L’Africa è al centro di una sfida globale tra USA, Cina, Russia ed Europa per il controllo delle terre rare, minerali essenziali all’economia hi-tech e alla transizione ecologica. Ma il costo, umano e ambientale, lo pagano tutto le popolazioni del sud del mondo, depredate, deturpate e schiavizzate.


Immaginate se, nel pieno dell’economia mondiale basata sulle fonti fossili, il 75% del petrolio mondiale venisse estratto in un’unica regione di un unico stato, ufficialmente libero e sovrano.

Ci aspetteremmo che questo fosse, se non proprio il più ricco al mondo, certamente in buona posizione nella classifica dei paesi più facoltosi. Certo, la ricchezza di materie prime non garantisce che questa sia correttamente redistribuita, ma tutti noi abbiamo visto negli anni crescere a dismisura – pur tra enormi contraddizioni – le nazioni produttrici di petrolio, con ramificazioni in ogni altro settore dell’economia, arrivando a dominare persino il mercato calcistico europeo e a ospitare i campionati mondiali, sviluppando metropoli e mirabolanti destinazioni turistiche di lusso. E né il Qatar, né gli EAU, né l’Arabia Saudita si avvicinano neanche lontanamente alla fetta di mercato di cui sopra.

Spostiamoci allora dal petrolio alle cosiddette terre rare, cioè a quell’insieme di minerali che sono fondamentali per la produzione non solo delle batterie ricaricabili dei nostri telefoni, dei nostri tablet e dei nostri computer portatili, ma anche (e soprattutto?) per quelle delle auto elettriche, dei pannelli solari, delle turbine eoliche, e chi più ne ha più ne metta.


Ecco, a questo punto non serve più immaginare, perché quel paese esiste. Il Congo contiene alcuni dei più importanti e ricchi depositi al mondo di quasi tutti gli elementi di cui sopra: niobio, tantalio, litio, soprattutto cobalto. La Repubblica Democratica del Congo (RDC), e in particolare il Katanga, la sua regione sud-occidentale, è il luogo dove si estrae il 75% del cobalto mondiale. Parliamo di un minerale che da più di un decennio è al centro di una vera e propria corsa senza alcun precedente, paragonabile forse solo alla corsa all’oro che ha segnato in maniera indelebile la storia degli Stati Uniti. Solo che la RDC è ben lungi dall’essere sulla strada di diventare una delle maggiori potenze mondiali, ed è ad anni luce di distanza dalle nazioni produttrici di petrolio della penisola araba. Nonostante la richiesta di cobalto sul mercato mondiale sia cresciuta del 500% negli ultimi cinque anni, il Pil della Repubblica Democratica del Congo è paragonabile a quello della nostra regione Liguria. Mentre la ricchezza generata da questo materiale alimenta una delle industrie più redditizie dei nostri tempi, che ha reso compagnie come Apple, Samsung, Tesla dei veri e propri giganti dell’economia globale, guidate da alcuni degli uomini più ricchi del mondo – tra cui l’onnipresente Elon Musk –, la regione un tempo lussureggiante del Katanga si è ormai trasformata in un’unica miniera a cielo aperto quasi senza soluzione di continuità, un paesaggio lunare fatto di crateri abissali e di enormi accumuli di terreno di scavo. La sua popolazione, che ha visto sgomberare manu militari i propri villaggi per fare largo agli scavi minerari, che ha visto sparire qualsiasi tipo di attività economica che non sia legata in maniera diretta o ancillare all’industria mineraria, è sostanzialmente costretta a partecipare alla corsa al cobalto, portando sulle proprie spalle gli enormi costi umani e ambientali di questa filiera produttiva, senza godere minimamente del vastissimo giro di affari che produce.


Lo racconta con estrema precisione analitica e con appassionata indignazione umanitaria l’accademico e attivista per i diritti umani Siddharth Kara in Rosso cobalto, libro che abbiamo pubblicato ai primi di giugno con People. In questo exposé senza precedenti sulle deplorevoli condizioni umane e ambientali in cui vive la popolazione congolese, Kara racconta ciò che ha visto con i propri occhi e che ha studiato in tre anni di viaggi nelle regioni minerarie del Congo, raccogliendo pagine e pagine di dati, di interviste a lobbisti, funzionari pubblici, esponenti delle ONG e delle industrie estrattive, ma soprattutto testimonianze dirette da parte di alcune delle migliaia di donne, uomini e bambini che ogni giorno mettono a repentaglio la propria vita e la propria salute per dare energia all’industria della tecnologia di consumo di cui tutti beneficiamo e della rivoluzione verde che in molti agogniamo.


Ed è alla luce di queste prove che l’accademico statunitense consulente delle Nazioni Uniti sul tema della schiavitù moderna – arriva a sostenere che “non è mai esistita una filiera di approvvigionamento che sia costata così tante sofferenze per così tanto profitto, e con un legame così profondo e indissolubile con le vite di miliardi di persone nel mondo”.

Infatti, nonostante le dichiarazioni di massimo impegno per il rispetto dei diritti umani che potrete leggere sui siti delle multinazionali di cui sopra, e nonostante queste aderiscano a grandi organizzazioni internazionali che dovrebbero occuparsi proprio del rispetto delle condizioni di lavoro nelle miniere del Congo – in particolare del contrasto al lavoro minorile –, la realtà è che la larga maggioranza del cobalto che si trova negli apparecchi elettronici che abbiamo in tasca, o sulla scrivania – compreso quello con cui questo pezzo è stato scritto – è frutto del lavoro dei cosiddetti “minatori artigianali”: in buona sostanza donne, uomini e bambini che scavano con mezzi di fortuna quando non a mani nude, privi di sistema di protezione individuale, in siti estrattivi in cui si opera senza alcun barlume di criterio di sicurezza, dove gli incidenti e i crolli sono all’ordine del giorno, dove ci si ammala per la fatica estrema, per il contatto continuo con i metalli pesanti, per le radiazioni – il cobalto si estrae sotto forma di un minerale grezzo chiamato heterogenite che oltre a esso contiene in genere rame e/o nickel, ma spesso anche uranio.

Il tutto per stipendi miserrimi: una giornata di lavoro frutta in genere un sacco da 20 kg di heterogenite, il quale, quando l’heterogenite è al massimo grado di purezza, non viene venduto per più di 80 centesimi, il primo passo di una catena di (dis)valore che ci porta dritti dritti agli apparecchi scintillanti da migliaia di euro che tutti noi possediamo. In Rosso cobalto, infatti, Siddharth Kara dimostra molto chiaramente come oggi nessuna azienda al mondo che operi con batterie ricaricabili agli ioni di litio possa affermare che il cobalto contenuto nei suoi prodotti non arrivi da questo sfruttamento, che visto da vicino non può che suscitare un orrore paragonabile solo a quello del Cuore di tenebra con cui Joseph Conrad ha raccontato al mondo l’incubo della sanguinaria dominazione di Re Leopoldo II del Belgio sullo Stato Libero del Congo. Anche allora fu il popolo congolese a pagare il prezzo disumano dell’innovazione tecnologica occidentale: il signor Dunlop aveva appena inventato gli pneumatici, che hanno permesso alle automobili di diventare da poco più che un simpatico giocattolo per uomini facoltosi a un rivoluzionario mezzo di trasporto di massa. Una massa che richiedeva quindi enormi quantità di gomma per soddisfare le proprie necessità, gomma in gran parte prodotta proprio in Congo, da schiavi costretti dalla Force Publique le milizie di Leopoldo – a garantire quote produttive altissime, che quando non venivano rispettate portavano alla mutilazione delle mani, delle orecchie, del naso e al rapimento e alle torture dei familiari.

Ma se oggi – e ci mancherebbe altro – le condizioni dei lavoratori delle miniere di cobalto della RDC non sono paragonabili a quelle di un secolo e mezzo fa, lo stato di sostanziale schiavitù è il medesimo, e lo sfruttamento delle ricchezze del Congo a beneficio unicamente delle potenze economiche globali è lo stesso.


Oggi non è il Belgio, ma sono per lo più la Cina e gli Stati Uniti con un terzo incomodo piuttosto pesante come la Russia – i protagonisti di questa colonizzazione di fatto, che non riguarda solo il Congo ma buona parte dell’Africa e in generale dei paesi del cosiddetto sud del mondo. Già perché la questione del dominio sui metalli che alimentano l’alta tecnologia lambisce tutte le questioni geopolitiche oggi in primissimo piano: la transizione ecologica, il controllo delle tecnologie di comunicazione, quella dei big-data, e anche le guerre che infiammano oggi persino l’Europa – vi basti un accenno: prima della guerra in Ucraina, il principale ruolo del famigerato Prigožin e delle sue brigate Wagner era quello di fornire aiuto alle molte dittature e democrature africane in cambio di generose concessioni minerarie, allo scopo di aumentare la fetta di mercato di questi metalli strategici in mano alla madre Russia.


continua a leggere su Ossigeno - N. 13, disponibile in copia singola e abbonamento annuale sullo shop di People. Illustrazione di Benedetta C. Vialli.

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