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  • Immagine del redattoreStefano Catone

Se 108 milioni di persone vi sembrano pochi



Oltre 108 milioni. È questo il dato che fotografa le persone costrette a fuggire dalle proprie case aggiornato alla fine del 2022. Persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o fatti che hanno gravemente compromesso l’ordine pubblico. Sono queste le cause che spingono le persone ad abbandonare le proprie case, non in cerca di un futuro migliore, ma in cerca di un futuro. “Global trends. Forced displacement in 2022”, il bollettino annuale rilasciato nel mese di giugno dall’Unhcr (Agenzia Onu per i rifugiati), restituisce il dato più alto da quando viene monitorato, dagli anni Novanta. All’interno di questo trend di costante crescita, il confronto con il 2021 è in particolar modo impressionante. Sono infatti 19 milioni in più le persone che hanno abbandonato forzatamente la propria abitazione, facendo registrare quindi un incremento di oltre il 20%. A contribuire decisamente alla formazione di questo dato c’è l’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022. Secondo l’Unhcr, il conflitto “ha creato la più veloce crisi migratoria, e una delle più ampie di sempre, dalla Seconda guerra mondiale”. Nei primi giorni di guerra “più di 200.000 rifugiati al giorno hanno cercato un luogo sicuro superando i confini, dirigendosi inizialmente in paesi vicini all’Ucraina”. Il risultato – parziale – della crisi migratoria generatasi in Ucraina ha fatto sì che, alla fine del 2022, 11.6 milioni di cittadini ucraini si fossero spostati dalla loro abituale residenza; di questi 11.6 milioni, 5.9 milioni non hanno abbandonato il paese, 5.7 invece sì. Per avere un termine di confronto rispetto all’impatto migratorio della crisi – chiaramente al netto di tutte le premesse e differenze –, per raggiungere il medesimo dato sono dovuti passare quattro anni di guerra in Siria. La crisi ucraina si aggiunge a una miriade di crisi migratorie che da anni proseguono senza sosta. Siria (6.5 milioni), Afghanistan (5.6), Venezuela (5.4), Sud Sudan (2.3), Myanmar (1.2) sono i Paesi da cui, nel mondo, sono fuggite più persone, che tuttora vivono in Paesi terzi sotto lo status di rifugiati o simili. Considerato che il totale dei rifugiati è di circa 35 milioni (di cui 29.4 milioni sotto mandato Unhcr e 5.9 milioni di palestinesi sotto mandato dell’Unrwa – Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente), risulta lampante come le aree di crisi siano ben circoscritte e chiaramente localizzate. Non stupisce, perciò, che l’87% dei rifugiati registrati alla fine del 2022 provengano solamente da dieci Paesi. Addirittura il 52% dei rifugiati proviene da soli tre Paesi: Siria, Afghanistan e Venezuela. Non stupisce nemmeno – il dato è ormai consolidato – che i Paesi a ospitare il maggior numero di rifugiati siano i Paesi confinanti, o comunque prossimi, a quelli di provenienza, con la sola eccezione della Germania: Turchia (3.5 milioni), Iran (3.4), Colombia (2.4), Germania (2.0), Pakistan (1.7), Uganda (1.4). Le migrazioni forzate sono un fatto regionale, o macro-regionale, se vogliamo. Paesi di fuga e Paesi di accoglienza appartengono molto spesso al medesimo scacchiere, col risultato che i Paesi con più bassi livelli di prodotto interno lordo sono quelli che ospitano più rifugiati al mondo. Per la precisione, le Nazioni Unite classificano come “Least developed countries” (“Paesi con il minor livello di sviluppo”) 46 Stati, tra i quali figurano “Bangladesh, Chad, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Ruanda, Sud Sudan, Sudan, Uganda, Tanzania e Yemen. Insieme, questi rappresentano meno dell’1.3% del Pil globale, e nonostante ciò sono responsabili dell’accoglienza di più del 20% dei rifugiati globali”.


Le ragioni di fondo di questa sproporzione non sono difficili da intuire. Fuggire non è mai una libera scelta, come può essere quella di un cittadino italiano che cerca di migliorare la propria condizione di vita migrando a Londra. Fuggire da persecuzioni, catastrofi ambientali, guerre, stati di violenza diffusa non è e non può essere una libera scelta. Si fugge senza un progetto migratorio alle spalle, spesso senza poter contare su una rete amicale e famigliare di solidarietà. Si fugge contro la propria volontà. Di conseguenza è inevitabile fermarsi nel primo luogo che si ritiene sicuro (o sufficientemente più sicuro di quello di partenza), perché si sono esaurite le risorse economiche e umane per procedere oltre, perché si spera di poter fare – un giorno – ritorno alla propria casa, perché non si vogliono recidere legami affettivi con chi è rimasto. A questo punto risulta evidente come mai contiamo “solamente” 35 milioni di rifugiati su 108 milioni di persone espulse dalle proprie case: oltre 62 milioni di persone sono sfollati interni. Persone che sono fuggite dalle proprie case ma non hanno superato alcun confine nazionale.


Migrare non è semplice. Non è semplice soprattutto se si ha in tasca un passaporto che vale cartastraccia. Secondo “Passport Index”, il passaporto con maggior valore al mondo è, attualmente, quello degli Emirati Arabi Uniti. Con quel passaporto in tasca si può viaggiare in 180 Paesi senza visto o con visto all’arrivo. Secondi a parimerito (170 Paesi) troviamo Svezia, Germania, Finlandia, Spagna, Francia, Italia, Olanda, Lussemburgo, Austria, Svizzera e Corea del Sud, con lievi differenze rispetto al visto. Scorrendo la classifica al contrario, dal fondo, troviamo Afghanistan (40 Paesi), Siria (41), Iraq (43), Somalia (45), Pakistan (46). Ma in quali Paesi si può viaggiare con un passaporto afghano? Senza visto, in Dominica, Haiti e Micronesia. Con visto “facilitato” (all’arrivo, elettronico, con pochi giorni di preavviso), in Paesi come Angola, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Ruanda, Somalia, Sud Sudan, Uganda. Anche in questo caso, la sproporzione è non solo palese, ma assume connotati drammatici se pensiamo che chi fugge non ha praticamente mai alcun documento di identità con sé. Ho visto con i miei occhi fare domanda di ricongiungimento famigliare inviando dal Corno d’Africa, tramite smartphone, fotografie di un matrimonio. Da Paesi travolti da guerre, conflitti, dittature e persecuzioni, è pressoché impossibile migrare regolarmente, per una persona comune. È impossibile salire su un autobus e superare un confine, figuriamoci su un aereo. Tutto ciò spiega il motivo per cui le migrazioni fanno inevitabilmente selezione: superano uno o più confini nazionali solamente coloro che hanno risorse economiche, relazionali e fisiche per poterlo fare. Tutti gli altri si fermano lungo la rotta migratoria. È sufficiente ridiscendere la rotta balcanica per constatarlo in prima persona: più ci si avvicina al Paese di provenienza, più aumentano le donne sole con i propri figli, poi le famiglie intere. Allontanandosi, aumentano gli uomini e i ragazzi più grandi, partiti da soli o separatisi lungo la rotta dalla famiglia, nella speranza di riuscire a raggiungere l’Unione europea e, quindi, fare domanda di ricongiungimento famigliare. In sintesi: i flussi migratori che riguardano il continente europeo rappresentano solamente una piccola parte, la coda finale, delle migrazioni forzate considerate globalmente.


continua a leggere su Ossigeno - N. 13, disponibile in copia singola e abbonamento annuale sullo shop di People. Illustrazione di Benedetta C. Vialli.

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