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  • Immagine del redattoreRocco Olita

Sono parole e idee a definire quanto vecchi si è



«Now I think the question is: how do you make the best argument for Biden in a race against Donald Trump? […]. Both these guys are old. The difference between them is one of them is actually working on the project of building a better future—not for himself, but for the country and for our kids and grandkids. And then you have on the other side a guy who’s not looking to the future but is consumed by his own past». Così David Axelrod, consulente e analista politico, già stratega delle campagne elettorali di Barak Obama, intervistato da Evan Osnos, per il New Yorker, dello scorso 11 marzo.


In sostanza, ci dice Axelrod, la differenza tra i due candidati alle prossime presidenziali Usa è sostanzialmente nel loro sguardo sul mondo: l’attuale presidente, per quanto può e riesce, lavora a un progetto di costruzione di un futuro migliore, non per se stesso (e che il domani non sia per il suo tornaconto lo ammettono i suoi avversari, dato che ne ricordano l’età a ogni intervento), ma per chi verrà dopo; il suo predecessore che si candida a succedergli, invece, non guarda al futuro, ma è consumato dal passato, o meglio, da un’idea di passato che quel «great again» cerca di evocare, in qualche misura tradendone le radici. Ed è questa riflessione dell’ex funzionario della Casa Bianca raccolta dal settimanale newyorkese che dovrebbe spingere gli elettori (non solo gli americani, ma anche noi europei che alle urne andremo prima di loro): scegliamo chi pensa a fare i conti con il futuro che comunque arriverà, cercando di renderlo migliore nell’affrontarlo senza inconcepibili e anacronistiche chiusure, o chi ci consola col ricordo di un già stato in cui, dice, si stava meglio perché è così che ci piace ricordare?


E guardate che l’età c’entra davvero poco, in tutto questo. Certo, anche a me impressiona paragonare gli anni dei due candidati in corsa per la poltrona più importante di Washington (Biden 81 anni, Trump 77) a quella attuale di chi li ha preceduti (Obama 62, George W. Bush 77, Clinton 77), soprattutto se pensiamo che il più giovane di quelli in lizza oggi è di qualche mese più vecchio di chi nello Studio Ovale sedette per la prima volta più di trentun anni fa. Ma è evidente che Biden guarda al domani e alle sfide che pone, mentre Trump continua a dire che tutto va male perché non si è più come e quelli che si era ieri.

In Europa, se ci pensiamo bene, non è diversa la partita. Tra conservatori, identitari e sovranisti che sognano il ritorno a mondi che non ci sono più, e alcuni non ci son mai stati, e progressisti, socialisti, popolari e liberali che, pur con tutti i limiti (e non ne nascondo nessuno), propongono uno sguardo sul domani, consci che arriverà nelle forme e nelle misure che fin d’ora si vedono, e alle quali non si può opporre, se non si vuol correre rischi che nel passato edulcorato dal racconto degli odierni “nazionalisti” abbiam visto e conosciuto, una barriera fatta di parole vecchie e idee finite.


(post originariamente pubblicato su Filopolitica.it, il blog di Rocco Olita)

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