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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Sta rottura de cojoni della riforma costituzionale



E così, anche Giorgia Meloni ha scelto di aggiungersi all’elenco di quei presidenti del Consiglio che, maggioranza di Governo ma minoranza nel Paese, vogliono cambiare la Costituzione. Questa riforma - per come è oggi, giacché se va come con la manovra potrebbe iniziare ad autosmentirsi fra due minuti -, come altre in precedenza e in particolare quella memorabile tentata da Matteo Renzi, tenta il colpo di attribuire al Premier poteri di vita e di morte non solo sul proprio destino, ma anche sulle Camere e infine sulla legislatura stessa. Con l’elezione derivante direttamente dal popolo, ma con barbatrucchi e premi di maggioranza che garantiscano i numeri anche se - come con l’esecutivo attuale - maggioranza non si è, il presidente della Repubblica resta (troppa grazia) anche se in qualità di mero portinaio di un esecutivo in cui la separazione dei poteri non c’è più, visto che di fatto si mette nelle stesse mani esecutivo e legislativo. Aggiungiamoci l’ipotesi di riforma del Csm, con una presenza di nomine politiche pari al 50 per cento del totale, e anche il potere giudiziario è sistemato.


E tutto questo viene, è bene ricordarlo, su principale iniziativa di un partito che alle politiche del 2022 ha preso il 26 per cento, e che con i suoi alleati sommati ha totalizzato il 44 per cento circa, non esattamente quella che si dice una maggioranza schiacciante. Ma sono quisquilie. Come quei bambini piccoli che cercano di infilare una forma quadrata in un buco rotondo, e siccome non ci riescono la prendono a martellate, nel Paese con quella che storicamente e incurabilmente è la democrazia con l’offerta politica più frammentata dell’Occidente, si continua a parlare di bisogno di governabilità, ma siccome poi ogni coalizione quando arriva il momento non disdegna di presentarsi con centoventordici sigle e siglette pur di grattare qualche atomo di voto, allora si forza il sistema per renderlo maggioritario a sberloni. Se l’offerta politica in Italia fosse quella che necessita di una simile riforma, Giorgia Meloni per prima sarebbe un'esponente di una cosa che si chiama Centrodestra o, come l’aveva chiamato Berlusconi quando ci aveva provato, Casa delle Libertà: non era andata benissimo, e in caso contrario a quest’ora Meloni probabilmente non sarebbe nemmeno premier, forse ministro, forse. Del resto, lei stessa ha vinto nel 2022 perché rimanendo all’opposizione si è mangiata tutto il consenso di Salvini, che oggi governa con lei ma all’epoca, mentre le sue percentuali erano in caduta libera, si guardava bene dal rinunciare a fare il ministro un governo dopo l’altro.


Ma i commenti più significativi all’iniziativa arrivano dagli ex innamorati di Peynet, i maggioritari per definizione del cosiddetto centro, con Calenda che l’ha subito stroncata e Renzi che si è detto pronto a votarla nello spirito del suo fetish preferito, quello del mitologico Sindaco d’Italia, “a patto però che la riforma si limiti a quello, senza altri pasticci”, ed è facile immaginare già oggi che se in seguito sentirà puzza di fiasco, potrebbe anche tirarsi indietro. Del resto, lui ha già dato.

Tutto ciò premesso, anche se francamente ci sarebbero questioni parecchio più impellenti di cui occuparsi, toccherà mobilitarsi anche stavolta, contro quella ennesima rottura de cojoni della riforma costituzionale. Sempre che questo Governo arrivi vivo a votarla, visto che al momento i rapporti fra le forze di governo non sono esattamente sereni. Come diceva brillantemente Roberto D’Agostino qualche sera fa in tivù, «il potere è come una patata, ha delle radici lunghissime, quelle radici, quei filamenti, sono ciò che consolida il potere: per mettere quei filamenti, Democrazia Cristiana, Pci, ci hanno messo anni e anni. Quando la patata, cioè il potere, non ha le radici, vedi Renzi, vedi Salvini, vedi Conte, basta un calcetto e quella vola via»: quindi, chissà.

Ma, nel caso, meglio farsi trovare preparati (che palle, però).

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