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Stranieri per sempre: il caso Monfalcone

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L’altra sera ho incrociato il servizio delle Iene da Monfalcone.

La sindaca leghista è reduce dal convegno dell’ultradestra di Firenze, guidato dal vicepresidente del Consiglio e dal presidente della Camera, la peggior kermesse politica dell’anno, ed è scatenata.

A Monfalcone vivono migliaia di lavoratori stranieri, soprattutto bangladesi, dipendenti di Fincantieri. Lavorano, prendono casa, vivono con la loro famiglia in città ma la giunta attuale si è data da fare perché non abbiano alcun luogo dove pregare: la sindaca si vanta di averne chiusi due, di recente, e di aver cambiato il piano regolatore per evitare che in città trovasse posto una moschea. Tutto molto lontano dalla Costituzione.

Al di là della solita cattiveria degli amministratori che traducono in ordinanze e delibere la peggior xenofobia – succede da trent’anni –, non ci si rende conto che è proprio continuando a tenere separate le comunità che si rischiano tensioni e conflitti, che in futuro rischiano soltanto di peggiorare.


È come se questi nazionalisti della disperazione avessero un piano, più o meno consapevole: gli stranieri non saranno mai italiani, né parte della comunità. Non importa che siano lavoratori, quello lo si dice soltanto ai comizi per parlare male degli altri, gli sfaccendati («se vengono qui per lavorare, sono i benvenuti!»), importa che siano diversi e che tali rimangano. Non importa nemmeno che lavorino per un’azienda pubblica (!) di proprietà statale (attraverso Cdp). Non importa che operino nel made in Italy e nel campo di una delle nostre “eccellenze”. Loro non sono eccellenze, sono eccezioni. Le navi che costruiscono fanno il giro del mondo, loro dovrebbero tornare al loro paese. Con un barcone, possibilmente.

Chi è al governo lo ripete da decenni, senza rendersi conto che le cose sono cambiate. E che continueranno a cambiare. La speranza è che mentre cambiano, qualcuno intenda anche governarle. Con una visione, non con i pregiudizi e con il razzismo.

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