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  • Immagine del redattoreDavide Serafin

Un argine contro le IA



Anche il Manifesto ha deciso di introdurre misure per arginare la capacità di intrusione delle intelligenze artificiali. Con un articolo a firma Matteo Bartocci, giornalista parlamentare e responsabile delle edizioni digitali, il quotidiano ha annunciato di aver introdotto, a partire dal 26 settembre, un blocco all’accesso del bot di ChatGpt e "altri crawler che nutrono le IA". Una scelta comune ad altre testate, come Corriere della Sera e Repubblica, come Guardian, New York Times, Usa Today, Reuters, Cnn e molti altri.

Bartocci spiega che si tratta "soprattutto un pronunciamento politico e culturale che difende l’uso predatorio, oscuro e non dichiarato di quanto facciamo per e con i nostri lettori e lettrici". Il Manifesto, come innumerevoli siti web, account di personaggi pubblici e di meri singoli individui - come chi scrive questo articolo - è stato abbondantemente utilizzato dai crawler delle IA negli ambiti delle risposte cosiddette autogenerative e che in realtà basano il loro “sapere” sull’appropriazione dei contenuti riversati in Internet ogni giorno da milioni di utenti.


La pervasività di tale appropriazione è evidente e include tutti i campi della creatività. Le attrici e gli attori di Hollywood in sciopero nel luglio 2023 chiedevano il blocco dell'uso delle loro immagini e delle loro voci per il “training set”, ossia l’addestramento dei sistemi IA. Ricorderete Fran Drescher, la popolare Tata Francesca di una sit-com degli anni ‘90, lamentare il divario di potere che le IA possiedono rispetto a qualsiasi altro soggetto attivo operante nel settore: se un individuo dovesse decidere di violare un contenuto protetto da copyright passerebbe un mare di guai, per una IA invece non vi sono regole, né è necessario che le IA forniscano le fonti alle quali attingono per erogare il loro risultato. La diffusione della mimesis, della finzione spacciata per reale, è tale che persino una celebrità come Tom Hanks deve difendersi pubblicamente dal sé stesso hackerato e clonato nei sistemi di IA.


In Schiavi Elettrici (People, 2020) raccontavo questo fenomeno così: "Siamo immersi in un mondo automatico. Non lo sappiamo, però tutto ciò che facciamo e scegliamo di fare diviene parte di una conoscenza che non è di pubblico dominio ma proprietà privata - oppure è detenuta dallo Stato ma in ambiti scevri della luce (e della relativa trasparenza) del pubblico, una conoscenza che serve ad alimentare processi decisionali automatici, che sono eseguiti per conto nostro oppure contro di noi, per selezionare e discriminare fra gli individui, per prevedere e anticipare le decisioni e le interazioni". Questo enorme potere continua ad accumulare in modo inarrestabile dati e informazioni e quindi ad accrescersi. Le intelligenze artificiali non sono un miracolo della tecnologia, o in un certo senso sì, ma senza l’intromissione occulta nelle nostre interazioni, nelle nostre parole, sono scatoloni vuoti, privi di un contenuto o comunque privi di accuratezza.

Difendere la capacità creativa umana e non artificiale, oggi, è una battaglia politica. Significa non solo difendere autrici e autori, case editrici, giornali e il valore del loro lavoro, ma significa preservare l'autenticità dei contenuti. Significa combattere contro la concentrazione del potere, che nella dimensione digitale è assoluta e si costituisce come minaccia a tutti i livelli delle relazioni umane.

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