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Un contributo nuovo alla discussione sulla Palestina



Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo proveniente dal comitato di Possibile in Palestina.



È nata Possibile Palestina!

Un piccolo spazio, inclusivo e attento, da cui vorremmo disturbare il silenzio e il timore della politica italiana sulla situazione palestinese.

Scrivevamo queste parole esattamente un anno prima del 7 ottobre 2023. Rispetto a quel giorno, il silenzio di cui parlavamo non esiste più, è stato interrotto nel peggiore dei modi dalla violenza di chi ne ha vissuto ogni minuto nel dolore. Negli ultimi 42 giorni di guerra, il silenzio è stato sostituito dal boato delle bombe, ma soprattutto dal rumore di un dibattito mediatico e politico non all’altezza della gravità della situazione e raramente in grado di portare contenuti accurati e puntuali.


Viviamo, studiamo e lavoriamo in Palestina, chi nelle ONG e chi in organizzazioni internazionali. Siamo cooperanti e funzionarie, ingegneri, economiste, insegnanti, educatrici ed esperti di diritti umani. Ci occupiamo in vari modi delle conseguenze dell’occupazione israeliana sulla popolazione palestinese e non passa giorno in cui una notizia, un episodio in strada, una manifestazione, un rapporto, una visita tecnica, un’immagine non colpiscano prepotentemente e dolorosamente la nostra sensibilità umana e politica. Non passa giorno in cui non ci chiediamo perché tutto questo non interessi il dibattito pubblico e politico come dovrebbe. Perché qui l’occupazione non è solamente il tema che fa notizia quando gli scontri superano il livello di assuefazione dei media e delle istituzioni, ma è la crudele quotidianità di milioni di persone che subiscono in varie forme una violenza che si è fatta legge, burocrazia, detenzione. Una violenza che è negazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

Come ci hanno mostrato le piazze di tutto il mondo nelle manifestazioni di questo mese, l’occupazione della Palestina è forse il simbolo più evocativo nell’era contemporanea dell’ingiustizia che si fa sistema. Un sistema che negando appunto il principio di uguaglianza e i diritti sancisce il dominio del privilegio e della prevaricazione del più forte. Un sistema in cui ad ammalarsi di ingiustizia non è solo l’oppresso, ma anche l’oppressore, come mostra la fragile tenuta delle istituzioni israeliane mentre vengono scardinati i principi della separazione dei poteri, della non discriminazione su basi etniche e della libertà di espressione del proprio dissenso. Questa terra ci chiama a riconoscere che quando salta il diritto, salta la democrazia, rendendo tutti vulnerabili dinanzi all'arbitrio del potere; e questo avviene non solo quando si sceglie la strada della violenza, ma anche quando ci si comporta in modo disciplinato e discreto, protestando pacificamente o addirittura subendo. Pensiamoci.


Oggi la violenza si è fatta ancora più devastante ed esplicita. Ha riportato tutti alla realtà mostrando la fragilità di quello status quo che sembrava andare bene a tutti, che per qualcuno assomigliava a una soluzione. Ma non può esserci sicurezza per nessuno in un regime di apartheid. Se il problema è politico, la soluzione non può essere militare.

Vogliamo portare un contributo nuovo alla discussione sulla Palestina, informato e competente, senza il timore di affrontare i problemi analizzandone le cause storiche. Ci irrita il fatto che non si riesca a parlare di Palestina senza far scattare dei meccanismi automatici di difesa, fatti di slogan e privi di contenuti, che impediscono il dialogo. Ed è questa impossibilità, che cementifica e legittima le violenze quotidiane, a rendere impraticabile qualunque soluzione, qualunque pace.

Ci disturba l’abisso che separa quello che osserviamo tutti i giorni, nella vita e nel lavoro, da quello che viene raccontato dai media. Riteniamo cruciale provare a farci canale e piattaforma per una narrazione critica e informata. Ci sentiamo distanti dalla politica italiana, ma è proprio per ridurre questa distanza che abbiamo deciso di partecipare attivamente, per creare una politica che possiamo condividere perché ne facciamo parte. Per non perdere la speranza, di cui c’è ancora più bisogno.



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