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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

Un Governo balneare, letteralmente

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Per i balneari la stagione dei saldi quest’anno arriva presto: con il decreto di aggiornamento dei canoni dello scorso dicembre, il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha disposto per il 2024 un taglio del 4,5% del canone annuale versato allo Stato dai concessionari di spiagge demaniali.

L’importo dovuto passerà infatti, nella sua misura minima, dai 3.377,50 euro del 2023 ai 3.225,50 euro correnti – un valore estremamente basso, che risulta difficilmente giustificabile soprattutto se si considera che il fatturato annuo per ogni stabilimento, in media, raggiunge quasi i 300mila euro. Canoni e redditività non sono, però, correlati: l’adeguamento annuo è ancora regolato da un anacronistico meccanismo risalente agli anni Novanta del secolo scorso che si basa su diversi indici Istat di inflazione dei prezzi al dettaglio e all’ingrosso e che, quest’anno, ha appunto determinato tale riduzione.

Ma i regali non finiscono qui: agli attuali concessionari viene riconosciuta anche una proroga valida per tutto il 2024 delle concessioni balneari, che risulterebbero invece scadute a fine 2023.

 

Tutto questo si inserisce nel caos, alimentato ad arte dal governo, relativo alla mancata applicazione della direttiva europea 2006/123/CE – la cosiddetta direttiva Bolkestein – che stabilisce la libera concorrenza nel settore dei servizi: ad oggi, infatti, la normativa italiana che regola le concessioni del demanio marittimo per finalità turistiche non prevede l’obbligo riassegnarle periodicamente mediante gare pubbliche aperte a tutti gli operatori di mercato, come invece imporrebbe il relativo diritto UE.

Dopo una seconda procedura di infrazione avviata nel 2020 nei confronti dell’Italia dalla Commissione europea, anche il Consiglio di Stato, a fine 2021, aveva stabilito che la proroga automatica (quindi senza alcuna procedura di selezione) delle concessioni demaniali marittime contrastasse quanto stabilito dalla direttiva Bolkestein, fissando il 31 dicembre 2023 come termine ultimo per quelle attualmente in essere. E se nel 2022 il governo Draghi recepì tale scadenza, differibile a fine 2024 solo nel caso in cui le procedure di messa a gara non si fossero concluse in tempi utili, il governo Meloni ha invece fatto slittare i due termini di un anno, rispettivamente a fine 2024 e fine 2025.


La giustificazione di tale proroga? Effettuare una nuova ed aggiornata mappatura delle spiagge italiane, con l’evidente intento non solo di prendere tempo e posticipare il più possibile la riassegnazione delle concessioni balneari, ma anche di dimostrare che gli arenili nostrani non sarebbero un bene scarso ed evitare così a priori l’applicazione della direttiva europea: infatti, secondo il documento consegnato alla Commissione dal governo, la quota di aree occupate dalle concessioni demaniali equivarrebbe, attualmente, solo al 33% di quelle complessivamente disponibili, e dunque la Bolkestein non troverebbe applicazione vista l’ampia presenza di coste (il 67%) da mettere a gara – dati decisamente diversi rispetto a quelli forniti sia da Legambiente che dal sistema informativo del demanio marittimo dello stesso Mit, che rivelano invece che in Italia quasi il 50% delle coste sabbiose è occupato da stabilimenti balneari, con picchi che in alcune Regioni (come Liguria, Emilia-Romagna e Campania) arrivano (o talvolta superano) il 70%.

Ed infatti a sbugiardare gli artifici messi in atto dal governo italiano ci ha pensato la stessa Commissione europea, che nel parere consegnato a Meloni lo scorso novembre evidenzia molte incongruenze, come il fatto che nel computo delle spiagge libere siano stati inclusi anche aree inaccessibili, porti commerciali, zone industriali, aree marine protette e aviosuperfici, scogli e tratti di costa alle foci di fiumi e torrenti – in altre parole, zone dove non possono porsi stabilimenti balneari ed anche la balneazione libera è difficile (quando non impossibile).

 

Oltre al mancato gettito, quindi, un’ennesima figuraccia internazionale che potrebbe pesare molto sui conti pubblici nel caso in cui, dopo la procedura di infrazione, arrivassero le sanzioni economiche, e che dimostra ancora una volta come quello attuale sia un governo forte con i deboli e debole con le lobby.

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