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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Un mare di ipocrisia




I voti, Giorgia Meloni li aveva presi parlando di blocchi navali, seguita a ruota da un Matteo Salvini che non vedeva l’ora di diventare ministro degli Interni per chiudere i porti e portare avanti la solita propaganda retorica di sempre. Una volta al Governo, specialmente dopo il naufragio di Cutro, la destra ha scoperto che, agli occhi del Paese e in sede internazionale, le cose sono un po’ più complicate. La parola chiave è ipocrisia: si promettono soluzioni che non possono funzionare e si continuano politiche – ieri con la Libia, domani con la Tunisia – che, invece di risolvere il problema, non fanno che alimentarlo, come dimostrano i numeri record di questo 2023 in termini di migranti e soprattutto, purtroppo, di morti. Di questo abbiamo parlato con Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch, una delle famigerate Ong che operano nel Mediterraneo in missioni di ricerca e salvataggio.



Qual è la situazione nel Mediterraneo, in questo momento?

Il dato più evidente è che a metà di quest’anno il numero dei morti e dei dispersi ha già raggiunto quello di tutto il 2022, e purtroppo ci aspettiamo che entro la fine dell’estate questi numeri andranno a salire ulteriormente. Già prima del naufragio al largo della Grecia, il 7 giugno, eravamo a oltre mille vittime – 1.150, per la precisione –, poi c’è stato quello e ancora altri due davanti a Lampedusa, uno dei quali con oltre 40 dispersi. Ovviamente, queste sono le vittime accertate e contate, con il dato fornito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (oim). E, si badi bene, in nessuna delle iniziative intraprese a livello nazionale o europeo questo aspetto viene minimamente toccato. Invece, è incredibile che in un anno come questo, in cui il tema è stato centrale sia per il Governo del nostro Paese che in Europa, non sia stato preso nessun provvedimento atto a far fronte alla situazione. Il punto è che non è stato messo in campo alcun dispositivo proattivo finalizzato al soccorso per prevenire queste morti, anzi: c’è una manovra per spingere queste rotte a spostarsi verso zone ancora più pericolose, e tutto si gioca sul tema propagandistico della lotta al traffico di esseri umani, come se si trattasse di un elemento che va a contrastare i naufragi – e così non è. Dall’accordo bilaterale tra Italia e Libia del 2017 ad oggi, quello che è accaduto è che le persone hanno continuato a tentare di attraversare il Mediterraneo, hanno continuato a morire, e in più ora le rotte si sono modificate.


Quali sono le ragioni, secondo te?

Si è andato a creare un tappo in quella che era la rotta più battuta – nel Mediterraneo centrale, dalla Tripolitania verso la Sicilia – e, come risultato, ci sono sempre più partenze dalla parte orientale della Libia, ovvero dalla Cirenaica. Per la cronaca, è da lì che è salpato il peschereccio con a bordo fra le 700 e le 750 persone che poi si è ribaltato in acque internazionali, davanti alla Grecia. Che poi era in realtà diretto verso le nostre coste, ha preso una rotta a “l” e, come molti altri, è stato di fatto ignorato, col risultato che purtroppo ben conosciamo. Ci sono state reazioni da parte delle autorità greche, che hanno dichiarato tre giorni di lutto dando però, di fatto, la colpa dell’accaduto ai migranti stessi, sostenendo che non volessero essere soccorsi. Ho trovato abbastanza sconvolgente che un governo dichiarasse il lutto nazionale dando al tempo stesso la colpa alle vittime per il fatto di essere annegate. Non è nemmeno vero che avessero rifiutato il soccorso, come risulta ai volontari del network Alarm Phone che erano stati in contatto con loro, e le stesse autorità hanno confermato che l’imbarcazione aveva perso il motore e quindi non si capisce bene dove avrebbero potuto andare. Infine, i resoconti non dicono che la nave era stata trainata per un tratto, cosa che è emersa e non è stato più possibile negare solo dopo il racconto dei sopravvissuti. Peraltro, secondo gli stessi testimoni, è proprio durante il traino che sarebbe avvenuto il ribaltamento. I fatti sono ancora in via di accertamento, ma quello che risulta è che, anche in questa occasione, c’è stato molto zelo nel cercare responsabilità fra i sopravvissuti, accusandoli di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non ve ne è stato altrettanto nel capire quali sono state le reali dinamiche che hanno portato alla tragedia e, soprattutto, se vi potesse essere anche una corresponsabilità nella gestione da parte delle autorità greche o di quelle che non sono intervenute pur sapendo cosa stava succedendo. In ogni caso, anche quando ci sono ben 600 morti e si dichiara in modo ipocrita un lutto nazionale, di fatto, come è stato con Cutro, si dà la colpa alle vittime.


Si criminalizzano.

Esatto, è su questo perno che si basa tutta la retorica riguardante i cosiddetti “scafisti”. Ormai è prassi consolidata quella di fermare sempre delle persone – nel caso della Grecia, è toccato a sei egiziani – bollandole come trafficanti. In un carcere siciliano mi è capitato di incontrare persone a cui sono state date pene di trent’anni, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, semplicemente perché avevano avuto la sfortuna di trovarsi alla guida di un gommone – accusa che viene poi aggravata quando si verifica un incidente e l’accusato si trova quindi a pagare anche per la morte dei suoi compagni di viaggio. Una fattispecie di reato che, tra l’altro, è stata formalizzata proprio con la legge Cutro e l’introduzione di una nuova aggravante. Io capisco che questo è un discorso forse complesso, che può far storcere il naso a qualcuno che quindi si chiede se allora non dovremmo perseguire gli scafisti: certo che andrebbero perseguiti, solo che, se vogliamo dare davvero un senso alla propaganda di chi dice che dobbiamo fermare le morti contrastando il traffico degli esseri umani, è evidente che questo non avverrà arrestando sistematicamente le persone che si trovano alla guida del barchino di turno. Le quali, nella migliore delle ipotesi, sono l’ultimo dei pesci piccoli in una catena di responsabilità più grandi che hanno origine ben prima. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, si tratta solo di persone che si sono trovate nella circostanza di essere messe alla guida di un’imbarcazione perché semplicemente sapevano farlo meglio di altri e non gli è stata data alternativa, magari perché sono state costrette sotto la minaccia di un Kalashnikov puntato addosso.


continua a leggere su Ossigeno - N. 13, disponibile in copia singola e abbonamento annuale sullo shop di People. Illustrazione di Benedetta C. Vialli.

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