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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

Un’umanissima regolamentazione dell’intelligenza artificiale



Che l’Europa avesse deciso di tenere un approccio etico ed umanissimo nei confronti del progresso tecnologico era già recentemente emerso nella vicenda che ha visti protagonisti ChatGPT ed il Garante italiano per la protezione dei dati personali, il primo al mondo ad essersi posto di traverso ad OpenAI in merito alla necessità di fornire agli utenti del servizio maggiore trasparenza circa le finalità e le modalità di trattamento dei loro dati. Insomma per far rispettare il GDPR, regolamento europeo per la tutela della privacy anch’esso etico ed umanissimo, che peraltro è stato preso a modello in diversi altri paesi (come California e Brasile).

Sempre secondo questa linea, la pioniera Europa sarà la prima al mondo a perseguire la strada – in salita e piena di ostacoli – della regolamentazione dell’intelligenza artificiale: il 14 giugno scorso il Parlamento europeo ha dato il via libera all’Artificial Intelligence Act, un progetto di legge che si pone l’obiettivo di regolare lo sviluppo, la commercializzazione e l’utilizzo dei sistemi di IA. L’approvazione definitiva dovrebbe arrivare per l’inizio del 2024, l’entrata in vigore nel giro di due o tre anni.

È vero, parlare di orizzonti temporali lunghi anni in un contesto di trasformazione digitale rapidissima come quello che stiamo vivendo può sembrare contraddittorio. Ma la portata di questo europeissimo passo è enorme, ed è qualcosa di cui andare orgogliosi. Anche perché, come potrete immaginare, regolare una tecnologia emergente (soprattutto se dirompente e trasversale come l’intelligenza artificiale) è un’attività estremamente complessa – si prova adesso a definire il perimetro giuridico di qualcosa che fra qualche anno potrebbe essere profondamente diverso, in modi che probabilmente non siamo neanche in grado di immaginare. E questo deve avvenire senza che le norme imposte vadano a disincentivare lo sviluppo tecnologico o facciano lievitare eccessivamente i costi di immissione sul mercato delle soluzioni di IA, facendoci perdere terreno rispetto ad altri paesi più permissivi.

Per questo motivo, l’AI Act non si propone di regolamentare la tecnologia in sé, quanto piuttosto le sue applicazioni nei vari settori della società (ad eccezione della difesa), guardando a cosa rappresenti un effettivo rischio per i valori che l’Unione Europea rappresenta e tutela: il rispetto della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza, della democrazia, il diritto alla non discriminazione, alla protezione dei dati e della vita privata, i diritti dei minori e delle persone con disabilità. Come l’intelligenza artificiale possa minacciare tali valori (già oggi o con potenziali sviluppi futuri al momento non prevedibili) diventa secondario, ed è questo l’aspetto a mio parere più bello e lungimirante: le norme sono incentrate sulle persone, affinché possano confidare nel fatto che la tecnologia sia usata in modo sicuro, affidabile, etico, rispettoso.


Il nuovo regolamento in via di approvazione si basa sul concetto di rischio, individuando quattro categorie cui corrispondono misure ed obblighi diversi, a partire dai sistemi di IA a “rischio minimo” fino ad arrivare a quelli che comportano un rischio “inaccettabile” per i valori dell’Unione. Questi ultimi saranno vietati.

Sarà vietato immettere sul mercato o utilizzare forme di intelligenza artificiale che adoperino tecniche manipolative o subliminali per distorcere il comportamento delle persone, sfruttandone l’inconsapevolezza o la vulnerabilità ed inducendole a prendere decisioni che altrimenti non avrebbero preso.

Saranno proibiti i sistemi di IA che attribuiscano un punteggio sociale alle persone (il cosiddetto social scoring), classificandole sulla base del loro comportamento sociale o di caratteristiche personali, qualora tali punteggi determinino trattamenti pregiudizievoli o sfavorevoli. Cioè se ledono il loro diritto alla dignità e alla non discriminazione, ed i valori di uguaglianza e giustizia. Almeno per il momento, quindi, non saremo i personaggi di una puntata di Black Mirror.

Sarà vietato il ricorso a sistemi di identificazione biometrica remota “in tempo reale” in spazi accessibili al pubblico e fortemente limitato quello “a posteriori” basato su filmati registrati. Non potranno essere utilizzati strumenti di intelligenza artificiale finalizzati a creare banche dati di riconoscimento facciale mediante scraping (cioè estrazione di informazioni mediante tecniche software automatiche) di immagini prese da internet o da filmati di telecamere a circuito chiuso. Questo perché tali pratiche sono considerate particolarmente invasive dei diritti e delle libertà delle persone, facendole sentire costantemente sotto sorveglianza. Big brother is not watching you, after all (ma solo se sei in Europa).

Non si potranno impiegare strumenti di IA per dedurre le emozioni delle persone nei settori dell’applicazione della legge, sul luogo di lavoro e negli istituti di insegnamento. E anche nella gestione delle frontiere. In altre parole, l’intelligenza artificiale non va utilizzata a fini repressivi o di controllo, su persone che si trovano spesso in una posizione vulnerabile, rischiando di acuire asimmetrie già esistenti e di perpetuare modelli storici di discriminazione.

Come avrete osservato, il concetto che torna in modo ricorrente nel regolamento è quello di “persone”: la loro salvaguardia, la tutela dell’esercizio dei loro diritti, l’idea che debbano sentirsi al sicuro. E questo non vale solamente per i sistemi di intelligenza artificiale vietati, ma anche per quelli meno rischiosi – consentiti ma soggetti a specifici obblighi e controlli. Non a caso, nel primo paragrafo del primo articolo, si parla di “intelligenza artificiale antropocentrica”.


Questo significa che possiamo abbassare la guardia? Certamente no. L’intelligenza artificiale può contribuire al conseguimento di risultati molto vantaggiosi dal punto di vista sociale, ambientale, ed economico, ma potrebbe anche essere utilizzata impropriamente, fornendo nuovi strumenti per pratiche di manipolazione, sfruttamento e controllo.

Tuttavia, l’Europa sta facendo quello che ogni istituzione pubblica dovrebbe fare: dare priorità alla protezione delle cittadine e dei cittadini che rappresenta. Ed ha scelto di farlo in modo etico e rispettoso di valori e diritti fondamentali. In modo umanissimo, appunto.

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