• Francesca Druetti

"Una Donna A Caso"



Sul numero di Ossigeno uscito nel dicembre 2021 e dedicato alla politica, con il suo articolo "Una politica delle donne, per le donne", Jennifer Guerra aveva già anticipato praticamente tutto ciò che serve per affrontare il dibattito che ora rimbalza ovunque, sulla scia dei sondaggi che ci dicono che Giorgia Meloni potrebbe essere la prima donna a diventare presidente del Consiglio in Italia. Dibattito riassumibile in questa accorata domanda a cui pare sia difficilissimo dare una risposta, vista la quantità di parole spesa nel tentativo: "Meloni alla guida del paese sarebbe una vittoria del femminismo?".


Il dibattito - e il conseguente coro di: "Siete contente adesso, femministe?!?!!?" - è interessante soprattutto perché rivela in trasparenza alcune questioni di fondo che sono i piedi di argilla di questo gigante che si è accomodato nel panorama dell'opinionismo politico italiano.


Innanzitutto, il motivo per cui ci stiamo davvero trovando a discutere se l'arrivo di Meloni - una che rivendica "Dio, Patria e Famiglia" come "manifesto d'amore", nonché Segretaria di un partito che, tra le altre cose, sta facendo una lotta spietata al diritto all'aborto - alla guida del paese sarebbe o meno una vittoria del femminismo è che siamo, tutte e tutti, condizionati a pensare all'uomo come standard e alla donna come versione dello standard, e che infatti va accessoriata, giustificata. Mi spiego con un esempio: se ci imbattessimo in un gruppo di persone che vengono riconosciute come o si definiscono di sinistra e le sentissimo discutere della necessità di un leader, a nessuno verrebbe in mente di interromperle gridando: "Ah, ecco, quindi vi andrebbe bene anche Ignazio La Russa!", dato che parlano di un uomo, perché è evidente che la risposta sarebbe: "No, ovvio che non ci andrebbe bene Ignazio La Russa, siamo di sinistra, stai bene, è colpa del caldo?". Invece sembra normalissimo e in certi ambienti viene anche considerato un contributo intelligente alla discussione apostrofare continuamente chi da sinistra si interroga sull’eventualità di una leader o una Presidente del Consiglio: "Ah, ecco, quindi vi andrebbe bene anche Giorgia Meloni!". Perché l'uomo è lo standard, la donna la devi accessoriare: ci devi aggiungere "di sinistra", "progressista", "femminista", "competente". Se no non si capisce, evidentemente. E infatti si finisce impantanati nel dibattito corrente.


Dall'altra parte, l'interesse degli ultimi anni sulle questioni di genere, alimentato dalla presa di parola di tantissime attiviste, dalla capillarità e velocità dei social e dalla constatazione, dati alla mano, che la disuguaglianza di genere è ancora drammatica, ha portato a una certa superficiale attenzione al tema delle donne in posizioni apicali. Dove la parola chiave è "superficiale", esercitata ignorando i decenni di discussioni, letteratura ed elaborazione sull'idea di un approccio diverso alla politica e alla società, non tanto (stereotipicamente) "femminile" quanto femminista. Il prodotto di questa superficialità e del tentativo di inserirsi in un discorso come operazione di marketing (politico, comunicativo, commerciale che sia) senza averne una visione di nessun tipo è il concetto di "una donna a caso", come ricorda Jennifer Guerra nell'articolo da cui siamo partite e come fa puntualmente notare Giulia Blasi ogni volta che rispunta, con tutte le maiuscole: "Una Donna A Caso". Come nel caso recente della Presidenza della Repubblica, quando non passava giorno senza che qualcuno proponesse "Una donna al Quirinale", una qualsiasi, quindi tutte e soprattutto nessuna, mentre ovviamente sul fronte maschile fioccavano i nomi, alcuni anche alquanto improbabili.


Il punto di intersezione di queste due linee solo apparentemente opposte (la donna che va giustificata e la donna a caso) è proprio dove ci troviamo ora, cioè a spendere tempo ed energie che potrebbero essere indirizzate più proficuamente altrove a rispondere a una domanda che sfida il senso del ridicolo. Ma non è un capriccio del destino, è una situazione costruita ad arte per un duplice scopo. Primo, fare confusione, perché la costruzione di un consenso ampio come quello a cui punta Meloni è in parte anche pesca a strascico e magari qualcuno distratto si fa convincere proprio dall'idea di "Meloni femminista". Secondo, costringere le femministe a spiegare l'ovvio e a smentire e smontare posizioni che non hanno mai avuto, ma che sono state introdotte nel discorso da tutt'altra angolazione. Come quella che basti mettere una donna in un posto di potere per affermare il femminismo.


Mentre i giornali ripropongono allo sfinimento i due o tre interventi considerati cardine del dibattito, scritti con un linguaggio e una logica che meriterebbero uno spazio di analisi a parte, Meloni piazza un'intervista sull'ultimo numero di "Chi" che, se ce ne fosse ulteriore bisogno, metterebbe una pietra tombale sulla questione. In poche righe, Meloni riesce a infilare una serie di concetti che sono esattamente l'antitesi del femminismo. A partire dallo stereotipo tossico delle donne che "si organizzano sempre", il buon vecchio mito della capacità femminile di essere multitasking che allo stesso tempo fotografa e perpetua l'accumulo sproporzionato di lavoro, di cura e non, a danno delle donne. Infatti, prosegue Meloni, se dovesse diventare premier "non rinuncerò a nulla di ciò che riguarda mia figlia Ginevra". Non le passa per la mente, o non le interessa, che non dovrebbe essere messa nella condizione di giustificare la propria carriera alla luce del fatto che ha una figlia, cosa che nessuno si sogna di chiedere a un possibile futuro premier. La scorsa settimana, Beatrice Brignone, segretaria femminista di Possibile, un partito femminista, a SkyTg24 ha fatto proprio notare che "La domanda che mi fanno sempre è ma ai figli chi ci pensa", mentre se a essere intervistato è un uomo, nemmeno ci si pone la questione, saranno certamente a casa con la madre o chi per lei.

L'intervista prosegue con una doppietta: da una parte la dichiarazione di non volere "un trattamento diverso perché donna", dall'altra la convinzione che ci siano "delle capacità distintive [delle donne] che possono fare la differenza". Diffidate sempre di chi dice: "Io non vedo differenze (di genere, orientamento sessuale, colore della pelle), io vedo solo persone", perché vi sta fregando. Quello che non vede chi si dichiara "cieco alle differenze" è in realtà l'esistenza di discriminazioni e privilegi, a tutto vantaggio di chi gode di questi ultimi, ovviamente.


Se non bastasse perciò tutta la parabola politica, programmatica, valoriale di Giorgia "sono una donna, sono una madre, sono cristiana" Meloni a dirci che stiamo parlando degli antipodi del femminismo, è sufficiente ascoltarla per rendersi conto che no, dalla sua leadership non può venire niente di buono per le donne, e che solo chi è in malafede o del tutto digiuno del tema può sostenere il contrario.