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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

Una sfida politica, tecnologica e culturale



«Questa protesta, purtroppo, è arrivata fuori tempo massimo. È giusto che il produttore non debba essere strozzato dai prezzi, ma la battaglia non si deve vincere mettendo sul mercato cibo non sano per l’ambiente e per il consumatore. Serve un grande lavoro culturale, di formazione, perché una buona agricoltura è possibile. La domanda che i coltivatori dovrebbero porre alle loro organizzazioni di categoria è questa: Come mai non ci avete proposto nuove forme di economia agricola, sempre meno impattanti e non ci avete aiutato nella transizione ecologica?».

Dice così, intervistato da l’Espresso, Paolo Pileri, professore ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano e autore di Progettare la lentezza (People).

Il punto mi pare sia questo, e nessun altro. Al di là di chi nega la questione dell’emergenza climatica, come fa chi ci governa, tentando soluzioni à la Lollobrigida che non spiegano nulla e nulla risolvono, la sfida – non solo per l’agricoltura – è: come veniamo fuori guai che noi stessi abbiamo combinato?


La sfida è politica, tecnologica e culturale. Tutte e tre le cose. Ed è una sfida in positivo, alla ricerca di soluzioni, non solo di proclami in una direzione o nell’altra. Ed è una sfida corale, di tutti o, altrimenti, di nessuno.

Risolvere i problemi con le stesse soluzioni che hanno contribuito a crearli è perdente, per non dire assurdo. Dà, certo, qualche punto nei sondaggi e consente di lanciare campagne elettorali che lusingano gli elettori e le loro abitudini: andate pure avanti così, non c’è nessun iceberg lungo la rotta, anzi, se potete, accelerate. Così sui pesticidi, così sulle auto, così sulla carne, così su tutto quanto. Se andate avanti così, non preoccupatevi: ci sarà sempre lavoro, il benessere sarà assicurato.

È tutto bellissimo, se ci pensate. Solo che – piccolo particolare – non è affatto vero.

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