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  • Immagine del redattoreDavide Serafin

Unicorni che non lo erano: WeWork verso il fallimento



WeWork, la start-up di co-working che voleva sommessamente "creare un mondo in cui le persone lavorano per guadagnarsi la vita, non solo da vivere”, potrebbe presentare istanza di fallimento secondo il Chapter 11. Questo capitolo del “Bankruptcy Code” prevede generalmente un piano di riorganizzazione con la finalità di mantenere viva l’attività dell’azienda e pagare i creditori. Ma la crisi societaria potrebbe essere molto più grave in quanto il valore delle azioni è crollato del 96 per cento da inizio anno e a ottobre non sono stati versati gli interessi per i prestiti obbligazionari. Su WeWork gravano infatti oltre 10 miliardi di dollari di locazioni da pagare entro il 2027 per le sue 777 sedi sparpagliate in 39 diversi paesi. Secondo fonti di stampa specialistica, l’azienda a giugno aveva appena 250 milioni di dollari di liquidità. La sua gargantuesca organizzazione sta franando dinanzi ai suoi stessi investitori.


WeWork è nata nel 2010 ad opera di Adam Neumann e Miguel McKelvey con l’obiettivo di offrire a imprenditori e multinazionali soluzioni istantanee per lo spazio ufficio. L’espansione è stata rapida e incontrollata, tanto che a un certo punto il colosso aveva raggiunto un valore di capitalizzazione di 47 miliardi di dollari e, sulla base di questa “spinta”, aveva persino acquistato il prestigioso palazzo Lord & Taylor presso la 424 Fifth Avenue, a New York, ceduto ad Amazon nel 2020, forse il primo segnale che qualcosa non quadrava.

Neumann ha dato la sua impronta surrealista all’impresa, con quelle bizzarre idee da tycoon della new economy. Quel suo sogno così stravagante, WeWork Mars, la realizzazione futura di uno spazio per uffici su Marte, sommata all’intenzione di risolvere il “problema di tutti gli orfani del mondo” dando loro una nuova famiglia (la famiglia WeWork…), è risultata troppo eccessiva anche per Wall Street, facendo perdere credibilità alla società. Le sue dimissioni, nel 2019, segnano un punto di svolta. In fin dei conti, gli investitori sapevano che sarebbe stata una questione di tempo.


Una unicorn company come WeWork, senza un piano di business credibile, era destinata a ridursi in poltiglia - una storia che l’impresa condivide con altre unicorno, imprese della web economy cresciute a dismisura pur essendo basate sul nulla. Scrivevamo sul numero 9 di Ossigeno che le unicorno hanno perso la capacità di rompere le regole. O più probabilmente, la loro stessa promessa - che i mercati prima hanno coperto di dollari - di ridefinizione delle regole del futuro, si è clamorosamente incrinata. D’altronde Neumann era stato profetico quando aveva dichiarato che «Wework è la mia quinta impresa. Ho fallito nel primo, nel secondo e nel terzo caso. Ho avuto un successo mediocre nel quarto tentativo» (The Economic Times, 2016).

Difficile prevedere una diversa sorte per la sua - ormai ex - quinta impresa.

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