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  • Immagine del redattoreMarco Vassalotti

Venezia venduta ai turisti

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Lucrezia Ludovici ha 23 anni. Laziale di Fiuggi, studentessa di Architettura a Venezia, dove vorrebbe continuare a vivere anche dopo la laurea, rappresentante degli Studenti nel Consiglio di Amministrazione dell’Università IUAV con UDU, è stata una delle protagoniste delle proteste che, in diverse ondate, si sono occupate della questione casa in una delle città italiane più colpite dall’emergenza abitativa. Anche se, forse, più che di emergenza bisognerebbe parlare di una condizione strutturale, che condiziona pesantemente la vita non solo di chi frequenta l’università, ma anche dei residenti (sempre di meno, anno dopo anno). Nella canzone dedicata alla città, pubblicata nell’album Metropolis ormai 42 anni fa, Francesco Guccini descriveva con precisione quella che oggi chiamiamo “turistificazione”, un fenomeno che nel frattempo si è definitivamente consolidato.


Partiamo da una domanda personale, se sei d’accordo, e poi cerchiamo di allargare un po’ il quadro. Da quanto tempo sei a Venezia?


Mi sono immatricolata a ottobre 2020.


Un bel periodo…


Già. Era il periodo del Covid e delle zone rosse. I due piani, quello dell’esperienza personale e quello della partecipazione politica, si sono intrecciati fortemente nella mia vita. Sono arrivata da studentessa alla ricerca di una casa, ho scelto di fare rappresentanza studentesca, ho contribuito alle proteste di chi aveva trovato le mie stesse difficoltà.


Com’è stata la tua esperienza, quando cercavi casa?


Pessima. Le agenzie immobiliari hanno dei costi di servizio altissimi, studenti e studentesse non li prendono nemmeno in considerazione. Tramite la giungla dei gruppi Facebook ero riuscita a trovare una casa, dopo una lunghissima ricerca, in un percorso a ostacoli tra truffe, case fatiscenti e proprietari che affittano in nero per non pagare le tasse e soprattutto per avere la possibilità di allontanarti dall’immobile in qualsiasi momento. E considera che, paradossalmente, quello era un periodo fortunato, perché la pandemia aveva sostanzialmente azzerato la presenza di turisti. Un problema enorme per Venezia, la cui economia si basa significativamente su questo aspetto, ma una piccola fortuna per chi cercava casa, perché alcuni proprietari si erano decisi ad affittare agli studenti gli immobili che di solito destinavano ai soggiorni brevi.

Alla fine sono addirittura riuscita a trovare una camera singola, sono stata fortunatissima, anche se le condizioni abitative non erano le migliori: se a Milano, Bologna o Torino una casa coibentata male è un problema, immaginati cosa significa a Venezia. Ovviamente non ero riuscita ad avere un contratto più lungo di un anno.


E dopo questo contratto di un anno cos’è successo?


Che sono andata in Erasmus a Parigi, e al mio ritorno ho dovuto cercare un’altra casa: la situazione era peggiorata, con la fine dell’emergenza Covid tutti erano tornati a viaggiare, e di conseguenza la disponibilità di case era più bassa e i prezzi più alti. Io volevo un contratto residenziale, perché voglio continuare a studiare e lavorare qui. Nessuno però vuole affittare con contratti 4+4, o 3+2, non solo nel centro storico, ma anche in Giudecca. Non bastano le referenze, non bastano le garanzie dei genitori o di un contratto di lavoro. I pochi, rarissimi, contratti 4+4 vengono riservati a medici, liberi professionisti o operatori delle forze dell’ordine. Alla fine abbiamo convinto un proprietario a farci almeno un anno di contratto: la mia camera è di 9 metri quadrati, ti sto parlando dalla mia scrivania che ho dovuto piazzare in corridoio. In casa siamo in cinque.


E la situazione delle residenze universitarie com’è?


Sono circa la metà rispetto alla media nazionale. Abbiamo circa 18mila studenti, i posti letto sono meno di 800, non coprono minimamente il fabbisogno. Molti, nonostante fossero idonei a ricevere un alloggio, sono stati costretti a rivolgersi a studentati privati con prezzi inaccessibili: si parla di stanze singole a 700-800-900 euro al mese. Utenze escluse, ovviamente.

Queste strutture hanno avuto contributi pubblici per circa 22 milioni di euro, ma nonostante questo continuano a essere inaccessibili. Una condizione che spinge tanti miei compagni di corso a dover cercare un lavoro solo per pagare l’affitto, o addirittura a chiedere prestiti d’onore che dovranno restituire in seguito.


Studenti e studentesse non possono essere cittadini di Serie B, non possono essere considerati meno importanti dei turisti


C’è stata una risposta da parte delle Università?


La governance dell’Ateneo IUAV ha promosso un progetto che si chiama “Venezia città campus”, che in teoria punta a far aumentare i posti letto, coinvolgendo il Comune nella riqualificazione degli immobili. In teoria tutto bene, no? La forma prediletta sarà però quasi sicuramente quella del partenariato pubblico-privato, con affitti che saranno stabiliti attraverso i prezzi di mercato. Le discussioni che riguardano questo progetto, che dovrebbe coinvolgere sei immobili, sono avvolte da un alone di mistero, sono fatte a porte chiuse, senza alcun coinvolgimento delle persone direttamente interessate, studenti e studentesse, e dei loro rappresentanti. Senza nessun ascolto, come si può pensare di risolvere i nostri problemi?


A quel punto è partita la vostra protesta. C’è stata una specificità della protesta veneziana, rispetto alle altre?


Con l’UDU ci siamo mobilitati in tutta Italia, da Milano a Palermo. La questione abitativa è calda in tutte le città. A Venezia però ha avuto delle caratteristiche particolari: intanto ci tengo a dire che, quando ad aprile abbiamo organizzato la prima tendata, abbiamo coinvolto studentesse e studenti di tutte le università della città. Venezia è un simbolo, tantissimi politici - da Tajani a Sangiuliano - sono venuti a fare passerelle rivendicando il ruolo della città nella cultura italiana. E per questo serviva una risposta univoca e coordinata da parte della popolazione studentesca. Abbiamo chiesto un tavolo di confronto, anche perché il Veneto è l’unica regione che non abbia un tavolo di coordinamento con l’assessora all’Istruzione e all’Università Donazzan. E questo tavolo non esiste per scelta politica, come è una scelta politica quella di non confrontarsi con noi da parte del sindaco Brugnaro. Studenti e studentesse non possono essere cittadini di Serie B, non possono essere considerati meno importanti dei turisti.


A Venezia la mobilitazione sul tema casa esisteva già prima della vostra protesta. Penso a realtà come Ocio, o come il Contatore dei veneziani, che dal 2008 mostra sulla vetrina della farmacia Morelli il numero dei residenti, da pochissimo sceso sotto la soglia psicologica dei 50.000. Com’è stato il vostro rapporto con queste realtà e in generale con i residenti?


La solidarietà più grande ci è arrivata proprio dai residenti. Al di là delle associazioni che citi, e del loro prezioso lavoro, ricordo che la prima dimostrazione di solidarietà è arrivata da una persona che lavorava al bar di fronte alla tendata: anche lei pagava 500 euro per una stanza condivisa, ci ha detto che si riconosceva nella nostra protesta anche se non era una studentessa perché la questione della casa era un tema comune. Allo stesso modo le persone che si occupano delle portinerie delle università ci hanno ringraziato per questo lavoro.


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