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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

What if



Facciamo un gioco: immaginiamo cosa sarebbe successo se.


Inverno del 2011: travolto dagli scandali personali, da una crisi di maggioranza, dalle pressioni internazionali e da un incombente default del Paese, Silvio Berlusconi sale al Colle, rassegna le dimissioni e pone così fine al suo quarto mandato da Presidente del Consiglio.

Difficile dire, di quei mesi, cosa ebbe più peso, se il discredito interno ed esterno gettato dalla questione bunga bunga, o se le pressioni dei mercati, o se le due cose insieme, intrecciate in modo indissolubile. Una cosa però è certa, dopo quell’8 novembre la stella politica di Berlusconi forse non è tramontata, ma certamente quegli eventi gli sono costati un periodo di esilio e non ha più brillato quanto prima. Anche se, come abbiamo scoperto in questi giorni, alla fine di una lunga catena di processi durati fin qui, Berlusconi è uscito praticamente indenne, e anche il Ruby Ter ha concluso quello che per ora è il primo grado di giudizio con un’assoluzione.


Da quel giorno, inoltre, il Partito Democratico è stato al governo quasi ininterrottamente, sempre in uno schema di intese più o meno larghe: prima con Monti, poi con Letta, Renzi e Gentiloni, poi con il Conte II dopo breve pausa, infine con Draghi, fino alla sconfitta dello scorso settembre che l’ha infine costretto all’opposizione. Viene da dire "finalmente", e questo è già molto indicativo. Anni e anni di governo, paradossalmente, basati su cosa? Su un reato che, a quanto pare, Berlusconi non ha commesso. Certo, l’opportunità politica è un altro paio di maniche, ma sul piano materiale c’è da ridere per come è finita, se non venisse da piangere. Alla fine, Berlusconi era ed è un signore molto molto ricco e potente, grazie anche a un conflitto d’interessi che nessuno ha mai voluto affrontare sul serio, che nel suo tempo libero amava intrattenersi con amici e soprattutto amiche, che disponeva delle sue ampie possibilità per riempirli di prebende, e che tutto questo può certamente risultare parecchio imbarazzante quando in veste di capo del Governo si va a fare un vertice con Angela Merkel, ma per il resto non rileva, non sotto il profilo giudiziario.


Se la somma degli scandali - più di qualsiasi crollo o spread, ironicamente - non l’avesse costretto a dimettersi, forse lo stellone di Berlusconi sarebbe tramontato comunque, del resto mostrava la corda già da qualche tempo. Forse avrebbe portato l’Italia al default e sarebbe arrivata la troika, ma forse no (siamo pur sempre dentro a un paradosso, un what if, come in un film della Marvel, e il nostro Paese dopotutto ne ha già viste, di crisi). Il Pd non si sarebbe sentito in dovere di sostenere Monti e forse avrebbe vinto regolarmente le elezioni successive, invece di essere "arrivato primo ma senza vincere" (copyright Bersani). E non avrebbe appoggiato quasi tutti i governi successivi, con praticamente chiunque, snaturandosi. Franceschini, Orlando e compagnia non avrebbero fatto i ministri con qualsiasi clima e condizione, e forse ci saremmo persino risparmiati Renzi, che non potendo marciare sulla disfatta di Bersani avrebbe continuato a fare il sindaco di Firenze, pensate. Il centrodestra avrebbe dovuto affrontare una lunga agonia, una traversata del deserto in cui forse nuove leve quali Salvini e Meloni avrebbero fatto più fatica ad emergere, trovandosi ancora all’ombra del vecchio ma non del tutto disarmato uomo di Arcore. E forse oggi i giornali dedicherebbero pensosi elzeviri alla crisi della destra, e non a quella della sinistra.


Ad averlo saputo prima, che tutta quella faccenda di olgettine, regali, cene eleganti e corollari non costituiva un attentato alla democrazia, ma solo (si fa per dire) un vizio privato divenuto pubblico come segno tangibile di un decadimento, della fine di un’epoca durata fin troppo, forse avremmo avuto la lucidità di farlo schiantare, sperando di non schiantarci noi con lui (il rischio era forte, oggettivamente, ma chi non risica non rosica, e infatti siamo qui a strapparci i capelli), e oggi vivremmo in un film molto diverso. Perché è pur vero che c’è quella parola cinese che vuol dire sia crisi che opportunità, ma a volte non lo è affatto un’opportunità, è una fregatura. A saperla riconoscere.

E invece.

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