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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Fair play ma non posso



Ci sono sport che sono tutto un buongiorno e buonasera, altri che apparentemente dovrebbero esser governati dalla correttezza e invece sono teatro delle peggio nefandezze (il calcio è uno di questi), e poi ce ne sono di violentissimi nella pratica, ma siccome fa parte del gioco allora va bene così, ad esempio il rugby, o la boxe. Molto prima del dissing tipico della cultura hip-hop, e oggi diffuso anche ai dispettucci fra influencer, proprio nel pugilato è in uso da sempre dirsi cose terribili tra avversari, cose che farebbero inorridire chi in quest’epoca è attento alla correttezza del linguaggio, se non fosse che probabilmente non seguono i combattimenti perché preferiscono guardare Euphoria (dove magari non se ne dicono, ma se ne fanno pure di peggio, ma questa è un’altra storia). Mike Tyson, per citare l’ultimo grande ad aver calcato un ring, nella conferenza stampa prima di un match era capace di dire cose del tipo che avrebbe ucciso l’avversario, avrebbe ucciso la sua famiglia, e avrebbe mangiato i suoi bambini. E lo ha detto davvero. Quando usciva dal tunnel degli spogliatoi, scarpini neri senza calzettoni, pantaloncini neri, nessun accappatoio variopinto ma solo una mantella corta col cappuccio a oscurargli il volto, e nessuna canzone stile Living in America in sottofondo, ma solo una nota bassa continua e inquietante (WOOOOO), a quel punto allo sfidante veniva una gran voglia di partire per destinazione ignota, ancor prima di iniziare.


La politica, che nel senso di confronto e quindi competizione fra punti di vista, è anch’essa una specie di sport, somiglia purtroppo più al calcio, con tutte le sue ipocrisie e il suo “fair play ma non posso”, e meno alla boxe, dove almeno le regole d’ingaggio sarebbero più chiare. In un mondo ideale, un pilastro di una democrazia matura sarebbe rappresentato dal riconoscimento dell’avversario: “non sono d’accordo con ciò che dici”, eccetera. Frase che, contrariamente al comune pensare, non è affatto di Voltaire, così come “l’importante è partecipare” non è davvero di de Coubertin, e sarà forse per questo che, quando si arriva al dunque, tutti se ne sbattono altamente di entrambe. Ventiquattro anni fa - giorno più giorno meno - l’Nbc iniziava a trasmettere West Wing, serie televisiva ambientata nell’ala ovest della Casa Bianca in cui si raccontavano le attività quotidiane del presidente degli Stati Uniti e del suo staff: un eccezionale gruppo di individui che, tra mille difficoltà, cercava di governare un Paese con grande onestà, integrità, ricerca del bene comune e coerenza con gli ideali più alti. Confrontandosi, di puntata in puntata, con un’opposizione repubblicana che sì, voleva tagliare lo stato sociale, ce l’aveva con gli immigrati, amava le armi da fuoco, era beghina, un po’ razzista e omofoba, ma tutto sommato era rispettosa delle istituzioni e del loro funzionamento. La serie è ancora oggi una delle migliori cose uscite da quello scatolone che molta gente si ostina a tenere in salotto, ed è un bignami micidiale su tutte le questioni che ci portiamo sul groppone ancora oggi, un quarto di secolo dopo, dal superamento delle fonti fossili alle tensioni in Medio Oriente, dai diritti civili alla globalizzazione. Quello che però l’ideatore Aaron Sorkin - che scrisse da solo 85 dei primi 88 episodi - non poteva immaginare è che, di lì a qualche anno, le cose sarebbero decisamente degenerate, e la base di uno dei contendenti a quel seggio sarebbe stata costituita da gente che assalta il Campidoglio, guidata da un tizio con in testa delle corna da bufalo.


Se chiedete a un elettore italiano quand’è che la nostra politica ha smesso di essere un luogo in cui ci si confronta ma si riconosce la legittimità degli altri punti di vista, qualcuno risponderà che non è mai successo niente del genere, nemmeno ai tempi di Togliatti e De Gasperi o di Moro e Berlinguer, e qualcun altro dirà che le cose sono andate davvero a rotoli dopo la discesa in campo di Berlusconi, anche se chi vota a destra ovviamente non sarà d’accordo. Una cosa però è certa, non è questa la situazione al momento. Sarebbe certamente bellissimo se il livello del nostro dibattito pubblico fosse basato sui fatti, sulle cose da fare, senza strumentalizzazioni, senza propaganda sulle disgrazie, senza negazionismo, senza emergenze inventate, senza becerume, senza attentati alla Costituzione e allo stato di diritto. Solo che, sfortunatamente, non è così. L’importante è saperlo, comportarsi di conseguenza, non andare (come diceva Sean Connery ne Gli intoccabili) “a un conflitto a fuoco armati di coltello”, ma piuttosto ascoltare quello che diceva in un altro punto del film: “se mandano uno dei tuoi all’ospedale, ne mandi uno dei loro all’obitorio”. A meno di non affidare la risposta a statisti riconosciuti, e nel quadro attuale, per status ma anche per capacità oggettive, ce n’è solo uno in grado di rispondere alle mostruosità quotidiane volando così alto da rendere minuscola qualsiasi bassezza, ed è Mattarella. A tutti gli altri tocca tirare fuori un po’ di cazzimma, per favore. E se il Governo progetta di costruire campi per migranti in Albania, non si può uscire, come ha fatto il Pd, commentando che è “un pericoloso pasticcio”. “Perdirindina! Acciderbolina! Poffarbacco! Urca urca tirulero! Un pericoloso pasticcio!” disse il pugile, mentre l’avversario minacciava di mangiare i suoi bambini. Manco più quello sappiamo fare.

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