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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

L'immaginario razzista in cui ci stiamo rinchiudendo


Per la nostra rassegna dedicata ai libri degli altri, tocca a Federico Faloppa e al suo Sbiancare un etiope. La costruzione di un immaginario razzista, Utet.


Il libro è uscito un anno fa ma ho la pessima sensazione che la sua attualità cresca con il passare dei mesi, in quest’Italia chiusa sempre di più in se stessa, almeno dal punto di vista culturale e politico.

Il «viaggio fatto di parole, testi, immagini» a cui ci invita Faloppa ripercorre l’origine di un modo di dire, quello del titolo, che ha a lungo attraversato il nostro immaginario.


Il proverbio risale ai primi secoli dell’era cristiana, ma Faloppa ci porta a ragionare su quel riflesso per cui, per noi italiani, la bianchezza è stata a lungo la normalità, mentre la nerezza è stata percepita come qualcosa che non ci torna, che va cancellato, lavato via.


Se pensiamo che si tratti di qualcosa che non risuona dentro di noi, ci sbagliamo, anche perché è proprio sul razzismo inconsapevole – oltre a quello dichiarato – che dovremmo interrogarci.


Ho visto sul web un reel che diceva: «La nuova prima ministra italiana Giorgia Meloni è stata accusata di diffondere idee di supremazia bianca. È folle: ora consideriamo gli italiani come bianchi?!».


In verità, fino alla guerra d’Etiopia del 1936, anche i razzisti, quelli “scientifici”, non erano convinti della bianchezza italiana e del nostro riferimento di italiani a un’unica razza. Le Italie e gli italiani erano in sostanza due, intorno ai poli cardinali del Nord e del Sud.


La bianchezza però si impose – tragicamente – e divenne manifesto. E così è rimasta. Nel linguaggio delle pubblicità – fino al 2017! –, nelle nostre conversazioni, in una certa politica, che supera e di molto i confini della destra nazionalistica.


Le migrazioni hanno fatto risaltare le differenze, mentre sarebbe stato (e sarebbe ancora) il momento di superare questi bias, questi riflessi e insomma questi pregiudizi, una volta per tutte. Cancellando gli automatismi che ci confinano in un modello, in una tradizione, a meno di non voler fare le dichiarazioni tipo Ceppo Laqualunque, come è stato definito il ministro Lollobrigida, assoluto campione in questa disciplina negli ultimi tempi.


Faloppa nel 2011 pubblicò con Laterza Razzisti a parole (per tacer dei fatti): quel libro faceva impressione. E quell’impressione la fa anche oggi.


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