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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Revolving doors

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L’ultima stagione - nel senso che non ce ne saranno altre e per fortuna, vista la qualità calante - di The Crown affronta, fra le altre cose, il decennio di Tony Blair alla guida del Governo inglese, raccontato dal supposto punto di vista di una Lilibet invidiosa della popolarità di colui che, in effetti, era stato ribattezzato “King Tony”, soprannome che col senno di poi ricorda più che altro qualche televenditore di coltellerie, ma vabbè. Il suo ciclo non è finito in modo altrettanto brillante, ormai 15 anni fa, soprattutto per via del lungo strascico del supporto incondizionato alla guerra americana in Iraq, un conflitto rimasto negli annali per esser stato inventato di sana pianta. Da allora, Blair si è riciclato piuttosto efficacemente, come conferenziere e come consulente, fondatore di una società chiamata Institute for Global Change che nel 2023 ha fornito supporto a ben 40 Paesi in tutto il mondo e ha toccato il fatturato record di 160 milioni di euro.

 

Il blairismo, elevato a dottrina per via dell’effettivo successo avuto in un Paese che proprio e anche in virtù della sua perdurante monarchia è profondamente conservatore, è una roba un po’ stantia che ha contribuito molto allo spostamento delle sinistre mondiali verso il centro e il governismo a tutti i costi. In vent’anni la geografia politica è stata stravolta, i conservatori si sono spostati verso posizioni di destra-destra, e ormai non fa più nemmeno notizia sentire certi argomenti contro gli immigrati, contro la crisi climatica, contro le istituzioni democratiche e contro i poveri diventare mainstream, è una nuova normalità di fronte alla quale il riformismo alla King Tony è acqua fresca, una cosa che persino un vecchio moderato come Biden sembra aver capito. Gli Stati Uniti hanno avuto un Presidente che, nel momento del passaggio dei poteri al suo successore, ha istigato una rivolta, l’Argentina ha un nuovo presidente che smantella tutto salutato dai gridolini d’approvazione dei liberal di casa nostra, lo Stesso Regno Unito è uscito dall’Unione Europea e discute tranquillamente di barconi-lager, la Russia allunga la sua mano sul continente in nome di una restaurazione tradizionalista, e la risposta sarebbe un centrismo per bene che occhieggia un po’ a destra senza toccare nessun fattore di disuguaglianza, anzi si impegna implicitamente a lasciare tutto com’è? È un po’ pochino, e somiglia più alla causa, dello slittamento verso destra, che alla soluzione.

 

Ciò nonostante, uscito dalla porta della storia ormai da tempo, il blairismo è prossimo a rientrarvi dalla finestra, se è vero che tra i clienti di Blair c’è proprio Keir Starmer, il leader laburista che salvo sorprese dovrebbe stravincere le prossime elezioni inglesi. Come poi sia possibile promuovere la stessa agenda teoricamente progressista quando si prendono soldi indifferentemente da decine di Paesi alcuni dei quali non propriamente democratici, questo evidentemente non rileva, o comunque non abbastanza. La questione di chi paga il conto delle democrazie ha superato di slancio il lobbysmo nella lista di quelle che dovrebbero essere necessarie preoccupazioni, eppure non se ne parla granché. Un politico che ha esaurito il suo ciclo potrebbe dedicarsi allo studio, scrivere qualche pensoso memoir, godersi la pensione (che non è piccola), e fare lunghe passeggiate coi nipoti, come nel finale di un film immaginario scritto da quell’inguaribile ottimista di Aaron Sorkin. Invece, ogni tanto scopriamo che personaggi che da lungo ci eravamo lasciati alle spalle sono attivissimi, presiedono fondazioni, contano a volte anche più di prima e, soprattutto, guadagnano un sacco di soldi. Legittimamente, almeno in genere, ma siccome in teoria prima esercitavano un potere che gli era stato dato dal popolo, sapere che in qualche modo lo esercitano ancora quando è da un bel po’ che il popolo si è scordato di loro, insomma, mette i brividi.

 

Ed è scivoloso: Massimo D’Alema è indagato, per l’attività che ha intrapreso da quando si è non-ritirato, ma anche nella più totale legalità resta una questione di opportunità grossa come una casa, specialmente visto che stiamo parlando di faccende che entrano eccome nella vita delle persone, e di cui le persone stesse non sanno nulla. Se poi il politico non è nemmeno formalmente ex, come nel caso del conferenziere milionario e attuale senatore Matteo Renzi, la domanda diventa un prurito insopportabile. Aggiungendo alle non poche già ben presenti anche la preoccupazione di ritrovarci, da qui a vent’anni, con Salvini consulente sulle politiche migratorie, Meloni stratega di sicurezza interna, e Calenda ambassador del nucleare, dovremmo decidere di dare il nostro prossimo voto a chiunque si impegni a vietare le cosiddette revolving doors in settori collegati per qualsiasi politico che abbia ricoperto incarichi di Governo, diciamo almeno per i vent’anni successivi alla fine della carica. Quelli attuali difficilmente sarebbero d’accordo, non volendo rovinarsi le future carriere. Ma per tutti gli altri comuni mortali sarebbe una bella cosa.

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