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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Se anche sul Corriere ci si interroga sulla guerra



Lentamente, molto lentamente, forse troppo lentamente, un principio di realtà sembra risvegliare le coscienze dell’opinione pubblica sulla guerra, anzi, sulle guerre. Sul Corriere della Sera di oggi compaiono due colonnine a pagina 26, non esattamente un editoriale di prima, ma meglio di niente, in cui Massimo Nava fa una serie di ragionamenti: scontati, per chi la pensa così ormai da tempo, ma più o meno inediti per chi è abituato ad abbeverarsi solo dall’informazione generalista. Scrive Nava: “È pericoloso confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa. Ma succede nella narrazione delle guerre in Ucraina e Palestina. Una volta condannati aggressione russa e crimini di Hamas, e violazioni del diritto, non è bastato stare dalla parte giusta per sconfiggere il male”. E ancora: “La solidarietà e il sostegno militare a Kiev si stanno risolvendo nell'agonia infinita del Paese, senza tenere conto della sproporzione delle forze e della superiorità decisionale del regime russo, mentre Europa e Stati Uniti tergiversavano. Non c'è possibilità di vittoria per l'Ucraina, al punto che dietro le quinte si comincia a pensare a una spartizione del Paese, in pratica il ritorno allo scenario iniziale. L'orrore per i crimini di Hamas ha oscurato le obiezioni alla reazione di Gerusalemme. Con il risultato che Israele ha perso molti punti nel mondo. Il paradosso è che la più forte critica a Netanyahu sia espressa dalla società civile israeliana”. Infine: “Naturalmente, si può continuare a pensare alla realtà come vorremmo che fosse. Quindi continuare a riempire di armi l'Ucraina, prolungandone l'agonia e sostenere senza riserve Israele, per evitare l'accusa di antisemitismo. Ma è il caso di chiedersi se le vittime di questa narrazione non siano coloro che vogliamo difendere: ucraini ed ebrei”. Già.

 

È il danno prodotto dal dibattito di questi ultimi anni, in cui si sono voluti etichettare come amici di Putin - e poi di Hamas - tutti quelli che cercavano invece di esprimere ragionamenti un filo più articolati, e dubbi sulla strategia occidentale, poi tragicamente confermati dai fatti. Come spiega Raffaele Oriani in Gaza, la scorta mediatica (People 2024), l’informazione ha enormi responsabilità in questa deriva, avendo scelto di mostrare solo parte di ciò che sta accadendo. Il suo racconto, quello di un inviato che si rifiuta di sottostare alla narrazione predeterminata e rompe il muro del silenzio, è altamente esemplificativo, oltre che necessario, mentre in tutto il mondo ci si inizia a interrogare non solo tra pacifisti, studenti e movimenti, ma anche nelle stanze dei bottoni: dall’amministrazione americana sempre più incastrata in un “vorrei ma non posso” fino persino alla Lega, che proprio oggi per bocca del suo vicesegretario annuncia il no del partito all’invio di armi che potrebbero avere un fine offensivo contro la Russia. Non tutte le posizioni sono sincere, anzi probabilmente sono quasi tutte opportunistiche, ma mentre è in corso una campagna elettorale in cui le parole d’ordine sono le stesse dell’anno scorso, di due anni fa e di prima ancora, sarebbe il caso di fermare questa corsa e provare a ragionare. Se accade persino sulle pagine del giornale della fu borghesia italiana, vuol dire che evidentemente è il momento di farlo.

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