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  • Immagine del redattoreIlaria Bonaccorsi

Vogliamo una vita bella



“Perché la casa venga trattata come un diritto più che come un bene di mercato, perché siano le città a trasformarsi secondo le esigenze di chi le abita e non viceversa”, così finisce il pezzo di Silvia Cavanna su questo numero di Ossigeno. Fantasenso, fantapensiero, fantapolitica, penso. Ogni volta che leggo di cose che accadono - o che almeno vengono pensate e poi tentate - in altre parti d’Europa, mi crollano in testa, fino a riempirla, tutte quelle controindicazioni alla loro possibile “realizzazione” qui da noi, in Italia. Come vedessi un bugiardino con su scritto “Avvertenze per l’Italia” e di seguito tutto l’elenco delle sciagure a cui andremmo incontro se immaginassimo un “Piano Vienna” qui da noi.


Vi invito a leggere questo numero solo per scoprire di cosa si tratti, perché sì, esiste un “Piano Vienna”! Una soluzione possibile che porta a pensare alle case come un diritto e a città che si modellano sulla base delle esigenze delle persone e non il contrario. Incredibile, no? Immaginate qui da noi, senza spoilerare troppo il racconto, cosa accadrebbe se si parlasse di edilizia sociale, di sostegno all’offerta, di integrazione… Immaginate già la scena o le scene, vero? Il subdibattito mediatico con Porro che inneggia alla sacralità della proprietà privata, poi il subdibattito politico con Santanché che cita Briatore, per arrivare sino a quello spacciato per “popolare”, per “buon senso” che non è più senso buono, ahimè: la casa è mia e la gestisco io. Cavanna racconta di una cosa che proprio non sapevo, ed è il bello di Ossigeno, che le soluzioni le cerca, poi le trova e alla fine ve le racconta. Vi dico solo questo: a oggi, il 43% di tutti gli alloggi viennesi è fuori dal mercato, nel senso che i prezzi dei canoni seguono tariffe stabilite per legge. Ma la cosa più incredibile (intendo per me, che ragiono da qui) è che gli immobili sociali viennesi “hanno dimensioni dignitose, non sono relegati in periferia ma sorgono in tutta la città, sono ben serviti dal trasporto pubblico, hanno a pochi passi piscine, palestre, biblioteche, giardini, asili…”. Fantapensiero, fantapolitica, fantasocietà: continuano a frullarmi in testa solo queste parole. Perché il nostro “non è solo il Paese del mattone: è proprio un mattone, questo Paese”, scrive Civati: pesante e immobile. Leggerete di gentifricazione e di “tende” su questo numero. Useremo autoironia, numeri, spaccati oltreoceano per raccontarvi di una nostra direzione sbagliata, ostinata ma non contraria, che produce precarietà, povertà, assenza di diritti, malessere.


Io vivo a Bologna da qualche anno. Bologna è una meravigliosa città universitaria stile Oxford. Il centro storico è Università, le piazze storiche sono degli universitari ed è la cosa che la rende più bella, meno “mattone” direbbe Civati. Eppure qui le tende non “stendano” più già da qualche tempo. A proteggerle ci sono solo i portici, «è come se non esistessimo» dicono gli studenti, che invece sui muri hanno scritto “Vogliamo una vita bella”. Che frase pazzesca, assurdamente semplice e vera. Che c’è di più sano che desiderare una vita bella? E che c’è di più sano che pensare che la casa sia un diritto e non un bene di mercato? Almeno un po’ di casa, almeno per un po’, per un periodo della vita in cui dovresti pensare solo a formarti, a studiare, a realizzarti. O anche solo a superare una fase difficile per riiniziare a desiderarne un’altra. Kume, su questo numero, scrive che il diritto allo studio è il diritto alla casa. Che le due cose coincidono ma che questa “battaglia per la casa” non è una lotta studentesca, è una lotta di tutti e per tutti, che gli studenti stanno facendo per noi. Al posto nostro. Kume ha ragione.


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