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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Andiamo avanti tranquillamente



«Sono colpito dalla somiglianza con il disastro del Titanic stesso, dove il capitano è stato ripetutamente avvertito del ghiaccio davanti alla sua nave e tuttavia gli è andato contro a tutta velocità»: lo ha detto James Cameron in una lunga e molto interessante intervista data all’Abc in merito all’affondamento del minisommergibile che in teoria era progettato per portare alcuni facoltosi turisti alla profondità del più famoso relitto di sempre, 3.800 metri sotto il livello del mare.


Come scrive in La maledizione del Titanic (Avverbi Edizioni, 1997) Massimo Polidoro, saggista, ricercatore, tra i fondatori del Cicap, «L’affondamento del Titanic rappresentò la fine di un’epoca, il sogno infranto della belle époque. Come per la caduta dell’impero babilonese, l’affondamento del Titanic ha rappresentato il simbolo dello sgretolamento di orgogliosi imperi, con una simile mescolanza di ricchi, borghesi e poveri tutti destinati insieme all’abisso. Era la fine di una leggenda che sposava la tecnologia alla ricchezza, il materialismo al romanticismo, l’illusione alla fantasia». Centoundici anni dopo, la metafora si ripropone con tutta la sua forza, intatta e se possibile ancora più terrificante, andando oltre il significato che probabilmente Cameron voleva dare alla sua affermazione: non è tanto la somiglianza con il naufragio del Titanic, a colpire, quanto l’atroce sospetto che l’intera società sia una nave destinata ad affondare, con le stesse dinamiche e disuguaglianze che erano così ben rappresentate già all’epoca, sulla sua versione originale e letterale. Oggi come allora, nelle mani di tecnocrati e oligarchi mossi unicamente dalla convinzione che comunque a loro non toccherà, per via del privilegio che gli deriva dal fatto di essere molto, molto più ricchi di tutti gli altri, e per questo essenzialmente differenti, cioè migliori.


Douglas Rushkoff, scrittore e filmmaker esperto di tecnologia e cultura popolare, docente di studi sui media alla NYU e alla New School University, l’anno scorso ha pubblicato un articolo sul Guardian, estratto dal suo saggio Survival of the Richest, su come i super ricchi pianificano da tempo di salvarsi dall’apocalisse. Era stato invitato a tenere una lezione sui temi di cui è esperto da un gruppo di imprenditori del settore tech e degli hedge-fund e, dopo un po’, si era reso conto che nessuno di loro aveva realmente interesse ad ascoltare le sue opinioni sul futuro della tecnologia. Piuttosto, volevano fargli una serie di domande molto specifiche: «Quale regione sarà meno colpita dalla prossima crisi climatica? Qual è la minaccia più grande: il riscaldamento globale o la guerra biologica? Per quanto tempo si dovrebbe pianificare di essere in grado di sopravvivere senza aiuto esterno? Un rifugio dovrebbe avere una propria fornitura d'aria? Qual è la probabilità di contaminazione delle acque sotterranee?» Infine, l'amministratore delegato di una casa di intermediazione ha spiegato che aveva quasi completato la costruzione del suo sistema di bunker sotterranei e ha chiesto: «Come posso mantenere l'autorità sulla mia forza di sicurezza dopo l'evento?» L'evento. Questo era il loro eufemismo per il collasso ambientale, i disordini sociali, l'esplosione nucleare, la tempesta solare, il virus inarrestabile o l'hackeraggio che abbatte tutto”.


«Ho cercato di ragionare con loro - scrive Rushkoff -. Ho citato argomenti pro-sociali per il partenariato e la solidarietà come i migliori approcci alle nostre sfide collettive e a lungo termine. Il modo per convincere le tue guardie a mostrare lealtà in futuro era trattarle come amici in questo momento, ho spiegato. Non investire solo in munizioni e recinzioni elettriche, investi in persone e relazioni. Hanno alzato gli occhi su quella che doveva sembrare loro una filosofia hippy». Chiaro? Il problema non è l’apocalisse, il problema è trovare un piano che funzioni senza dover dipendere dall’aiuto di nessun altro essere umano. Questo li preoccupa, mentre portano la nave a schiantarsi, non il naufragio, ma il fatto che per quanto abbiano investito in scialuppe debbano pur sempre avere qualcuno che rema, e che a un certo punto potrebbe decidere che può anche fare a meno di loro, specialmente in uno scenario post-apocalittico in cui le criptovalute varranno zero rispetto alla conoscenza necessaria ad accendere un fuoco. L’assalto di sconosciuti armati, dice ad un certo punto l’appaltatore di uno di questi rifugi segretissimi in via di realizzazione, è meno preoccupante di una mamma che si presenta alla porta con in braccio un bambino: perché quello è un tipo di dilemma morale che è meglio evitare.

«La nave è fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia. In questa notte elettrica e veloce, in questa croce di Novecento, il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo», scriveva De Gregori ne I muscoli del capitano. Cosa succede dopo averla raggiunta, la palla di cannone accesa, beh, lo sappiamo.

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