• Franz Foti

La marea (nera o no) sta salendo


Tanto nella campagna elettorale negli USA quanto in quella italiana, c'è un'assenza che si fa sempre più preoccupante, ed è il cambiamento climatico. Persino quando si parla della tremenda crisi energetica che stiamo vivendo - e il peggio deve ancora arrivare - la cosa non è neanche minimamente accennata, se non dall'Alleanza Verdi-Sinistra, a onor del vero - e già so che ci si accuserà di conflitto di interessi, ma tant'è.


Un'assenza, quella della catastrofe climatica che si avvicina sempre di più - e che i meno distratti avranno ormai capito essere in parte già qui - che risulta particolarmente ottusa alla luce di un'analisi pubblicata sul Washington Post di qualche giorno fa, che ci racconta i danni sociali ed economici, oltre che ambientali, che il sud degli Stati Uniti è destinato ad affrontare da qui al 2050. L'innalzamento del livello del mare inghiottirà porzioni consistenti di Louisiana, Texas, Florida e North Carolina. C'è chi fa spallucce, come Trump, che ha recentemente dichiarato di rallegrarsi della cosa, perché si ritroverà con più proprietà vicino al mare.


Ma il Washington Post ha brutte notizie anche per il palazzinaro del Queens. È probabile che all'ex presidente freghi poco o nulla dei milioni - sì, milioni - di americani che potrebbero trovarsi sfollati dalle loro comunità, ed è probabile che gliene importi poco anche della perdita stimata in 108 miliardi di dollari in valore immobiliare, ma ciò di cui non si rende conto, e che il Washington Post sottolinea molto precisamente, è che i danni di questa catastrofe non si "limiteranno" ai proprietari delle case nelle aree sommerse. Le amministrazioni locali si troveranno a dover fronteggiare un completo riassetto delle aree urbane interessate, compreso l'enorme e ulteriore bagaglio di inquinamento portato dalla distruzione di interi quartieri e l'inabissamento di materiali di ogni tipo, il tutto dovendo rinunciare a una parte cospicua delle entrate dell'erario, che derivano proprio dalla tassazione sugli immobili - è difficile immaginare che i proprietari delle aree sommerse saranno inclini a continuare a pagarvi le tasse. Il che significa anche - e qui persino uno come Trump dovrebbe preoccuparsi - che il valore delle aree limitrofe a quelle sommerse, cioè quelle che secondo l'ex presidente dovrebbero rallegrarsi della nuova vista mare, crollerà quasi inevitabilmente.


I costi sociali, oltre che ambientali, di un evento di questo tipo sono praticamente incalcolabili, ma la maggior parte delle autorità scientifiche in materia di clima ci dice che sono ad oggi pressoché inevitabili.


Ora, che non se ne discuta in un Congresso dove ad oggi siedono un 30% di senatori e un 25% di deputati dichiaratamente negazionisti del cambiamento climatico - tutti repubblicani, in caso ve lo steste domandando - non ci può sorprendere più di tanto. Il fatto però che l'argomento non sia nemmeno a pagina venti di qualsivoglia agenda delle maggiori forze politiche di questo paese, mi permetto di dire che è un po' preoccupante.


Mi rendo conto che l'argomento non sia di primaria importanza come il sesso dei genitori delle compagne di classe di Peppa Pig, o come l'ultimo video di Calenda su TikTok, ma - sarà perché vivo a nord-est, sarà perché ho passato gli ultimi giorni a tirare su acqua da casa dopo le alluvioni della scorsa settimana - a me piacerebbe sapere cosa intendono fare i nostri futuri governanti rispetto al probabile inabissamento di un'area che va grossomodo da Monfalcone fino a Rovigo, da qui al 2050, perché questo ci dicono le stesse fonti citate dal Washington Post.


Al momento, l'unica dichiarazione degna di nota da parte del (centro)DESTRA è quella del famoso discorso dal palco di Vox in Spagna, quello dove Meloni dice di aver "sbagliato i toni, non i contenuti", in cui tra i vari rigurgiti razzisti e autoritari, la leader di Fratelli d'Italia ha parlato del Green New Deal europeo - peraltro un pallido surrogato del piano verde proposto all'America da Alexandria Ocasio-Cortez e parzialmente acquisito da Biden - definendolo "ideologia ecologista" e "fondamentalismo climatico". Anche nel programma del suo partito relativo all'ambiente il piano della Commissione Europea è apostrofato come “una violenta campagna contro le nostre imprese, una furia ideologica con opachi interessi economici” i cui obiettivi sono “irrealistici” e costituiscono “un aggravio insostenibile per il sistema produttivo italiano”, cianciando poi di una fantomatica sovranità energetica da ottenere non certo grazie alle rinnovabili, che finirebbero secondo la leader di destra per metterci nelle mani dei cinesi (!).


Che sia nera o meno, il fatto è che la marea sta salendo. Per tutti. Siamo sicuri che a gestire le enormi conseguenze dell'emergenza climatica vogliamo metterci gente così? È una domanda che spero si facciano in molti, tanto in Italia a fine settembre quanto in America a inizio novembre.