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Non esistono miracoli



Su Ossigeno e sul resto delle pubblicazioni di People ne parliamo da tempo, anche quando nel giro di pochissimo prima la rielezione di Mattarella e poi la nomina di Draghi a capo dell'esecutivo avevano fatto scrivere a quasi tutti che il populismo e il nazionalismo erano sconfitti, le destre in ritirata, il governo dei migliori destinato a durare per sempre. Invece, Draghi è caduto terminando prima del tempo la sua corsa, la sua famosa agenda è stata ignorata dagli elettori, e ha vinto la destra più a destra della storia repubblicana. E come non è stata una sorpresa, perché la sua rincorsa partiva da lontano, così abbiamo anche sempre fatto presente che non esistono rimedi miracolosi, ricette magiche, leader salvifici, scorciatoie. Serve un lavoro lungo, culturale, profondo, e molto complicato, peraltro ancora lì da iniziare. Proprio come aveva scritto Giuseppe Civati in Opposizione - istruzioni per l'uso, in particolare nel capitolo che proponiamo di seguito.


Abbandoniamo gli abbagli che spesso siamo stati noi ad alimentare. Ne abbiamo collezionati parecchi. Troppi. E non affidiamoci agli schemi che circolano, li hanno costruiti altri. Ricordiamoci che le alternative ci sono sempre. Per ritrovare la credibilità perduta ci vorrà tempo. Per farlo, crediamo nelle cose, però, perché è quello il primo passo. Credibilità è soprattutto credere in qualcosa e non essere disposti ad abbandonarla.

Ora lo riconoscono tutti: il centrosinistra non ha costituito il campo progressista. Lo ha abbandonato. E ha abbandonato il campo dell’analisi, della critica del sistema, della valutazione delle contraddizioni e delle possibili alternative. Si è accomodato.

I suoi principali esponenti, come nell’antica Dc, sono stati più volte ministri. Senza lasciare alcun segno tangibile nella storia politica del Paese sulle questioni più rilevanti, sugli indirizzi politici per i prossimi anni. Non sembrava essercene bisogno. Tanto, anche perdendo le elezioni, tutto sommato si governava, un modo per rimanere a Palazzo Chigi lo si trovava sempre. Era diventata un’abitudine.


Difficile opporsi al sistema se dentro al sistema ci si scivola. Difficile far funzionare la dialettica politica se la condizione necessaria è quella di negarla, la dialettica politica, per poter governare in una sorta di coincidentia oppositorum (senza opposizioni, peraltro: vuoi mettere la comodità?).

Abbiamo perciò rinunciato a fare cultura, perché era come se i tempi ce lo imponessero. Come se dovessimo rinunciarvi, per prendere qualche voto in più. E non è servito a nulla.

Bisogna essere semplici nell’esposizione, e siamo d’accordo. Ma troppo spesso, per parlare facile, abbiamo rinunciato all’argomentazione, all’approfondimento. Funziona la parola veloce. Basta così.

La rinuncia più grave è stata quella. E ha comportato – grazie al tormentone del “non esistono più le ideologie” – l’affermazione di un’unica ideologia, quella di un capitalismo avvitato su se stesso. Un’antropologia.

La verità è che abbiamo perso quella partita, che è la partita. Riconoscerlo è il primo passo.

Abbiamo aderito a quello che Marco Tiberi chiama il fermismo, ovvero l’argomento supremo del “votate per noi che altrimenti vincono gli altri”. Si vota per noi per fermare la destra, della sinistra parliamo un’altra volta. Gli altri sono talmente malvagi che dovete in ogni caso votare per noi che siamo i buoni. Come mi ha scritto Martina Morelli, rispondendo al mio invito a ragionare sul contenuto di questo stesso saggio: «Per me l’opposizione di sinistra (specifico perché, giustamente, vi sono altre forze politiche non di sinistra che sembrano voler contestare questa maggioranza) dovrebbe, una volta per tutte, smetterla di inseguire la destra su temi e soluzioni. Per esempio, dovremmo cominciare a pensare che forse questo liberismo sfrenato attuato da tutti, destra, centro e sinistra, negli ultimi trent’anni e passa non deve essere la scelta obbligata. Perché, parliamoci chiaro, il vero strappo con la società civile c’è stato quando il centrosinistra ha abbandonato il benessere dei lavoratori per adeguarsi troppo allo status quo delle cose. Non è giusto aver paura di ciò che la parola sinistra ha significato nel nostro Paese, non ci si può dimenticare tutto ciò che essa ha fatto per i ceti sociali più deboli, ruolo che è stato rubato a piè pari dalla destra “sociale” che però in fin dei conti fa sempre gli interessi delle classi sociali più abbienti. Bisogna smetterla, una volta per tutte, di creare lo spauracchio della destra, del tipo “votate noi altrimenti salgono al governo loro che sono brutti e cattivi” perché anche quello è un messaggio, neanche troppo subliminale, che tende a dimostrare come noi siamo “gli altri”, quasi degli attori secondari nel teatro politico e non “la sinistra”. Idem sul tema immigrazione; spesso la gente non lo ricorda, almeno per mia esperienza personale, ma le misure più inumane e restrittive per arginare i flussi migratori sono state portate avanti da Minniti, governo Gentiloni, e questo esempio per una vera sinistra non va. Prima bisogna far pace col proprio passato, ma per davvero, ammettere i propri errori chiaramente e senza troppi “se” o “ma”».

C’è un pericolo ancora più sottile, nel fermismo. Una sorta di corollario: siccome loro sono brutti e pericolosi, noi che siamo i buoni andiamo e andremo bene comunque. Non è il caso di fare troppo i sofisticati, prendiamo quello che viene anche se non ci convince granché, con il solo ed esclusivo obiettivo che non vinca la destra. Così si peggiora e si perde, di solito.


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