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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Zitto zitto


Qualcuno aveva raccontato, a fine 2013, dopo l’assemblea nazionale che aveva incoronato Matteo Renzi nuovo segretario del Pd, di aver visto Roberto Giachetti e Paolo Gentiloni allontanarsi insieme. Il primo, politico notoriamente esuberante, radicale nell’intimo, all’epoca nel Pd (oggi in Italia Viva), era un fiume in piena: la vittoria dell’“alieno” - così era soprannominato Renzi - cambiava le cose, ora finalmente quelli come loro, che erano sempre stati ridotti a una minoranza, si sarebbero presi lo spazio, avrebbero cambiato tutto, eccetera. Gentiloni, zitto zitto, non diceva una parola, si limitava ad ascoltare. (Fine prima parte)


Tempo due mesi, e Renzi e i suoi avrebbero effettivamente iniziato a “prendersi tutto”, a partire dal posto di Letta, disarcionato da presidente del Consiglio. Governo in cui Gentiloni, zitto zitto, sarebbe diventato ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Poi, dopo soli due anni e mezzo, dopo aver stravinto le elezioni europee con la famosa percentuale record, Renzi si era reso protagonista del più clamoroso sperpero di consenso della storia andando a perdere malamente il referendum riguardante una disastrosa proposta kamikaze di riforma costituzionale. Era poi stato forzato alle dimissioni (benché le avesse promesse, anzi avesse giurato che si sarebbe ritirato dalla politica), e - zitto zitto -, indovinate un po’, a sedersi a Palazzo Chigi era andato Paolo Gentiloni. Rimanendoci fino a fine legislatura, giugno 2018, periodo in cui l’opinione pubblica, e in particolare Scalfari, dopo la sbronza del renzismo, lo aveva apprezzato per la sua leadership tranquilla, anzi tranquillissima, chiedendogli di guidare il centrosinistra alle elezioni ormai prossime. Ma lui, zitto zitto, forse avvertendo che non era aria, si era defilato, e infatti il Pd ancora guidato da Renzi centrava un nuovo record, questa volta negativo, portando a casa un misero 18,8 per cento. Dopo le elezioni, gli succedeva il Conte I, quello sostenuto da M5S e Lega, e poi il Conte II, quello composto da M5S e Pd, che tra le altre cose aveva il compito di indicare come membro spettante all’Italia il nuovo Commissario europeo per l’economia. E il nome indicato, zitto zitto, era stato quello di Paolo Gentiloni. (Fine seconda parte)


Estate 2023: la destra al governo, in affanno sui conti e in vista di una manovra economica impossibile da far quadrare, pare aver trovato il suo nemico. Più degli odiati migranti, più del complotto internazionale, più della sostituzione etnica, più delle banche, più della teorica opposizione ufficiale, quella parlamentare, e relativi partiti. E quel nemico, zitto zitto, è Paolo Gentiloni. L’accusa è quella di non fare gli interessi dell’Italia dal suo scranno europeo, in particolare su Pnrr, Patto di stabilità e persino sul dossier Ita, e se è vero che la destra ha sempre avuto con l’UE una relazione complicata, che sia così tesa con un rappresentante pur sempre connazionale è abbastanza inedito. (Fine terza parte)


Intanto, nel Pd c’è un clima strano, sospeso. Qualche arrivo, qualche addio, i giornali che danno molto spazio al cosiddetto “malessere dei riformisti”, anche se è vero che quasi sempre quando si parla di “malessere” in realtà si intende “posti”. Ma c’è dell’altro, anche tra chi aveva sostenuto il nuovo corso e ora tace, di non detto, che serpeggia, tra i livelli locali così come fra i quadri nazionali, a Roma, e ha forse a che fare con una sussurrata “mancanza di collegialità”, o con una linea che su alcuni temi risulta troppo o troppo poco di rottura, e quindi poco chiara, o con un’immagine del nuovo corso che sembra già essersi un po’ appannata, può darsi, ma forse soprattutto con un “salto” che era atteso, di più, che serviva a giustificare tutta l’operazione che ha portato alla nuova segreteria e a un per ora solo annunciato rinnovamento, un salto che però non si vede, e qualcuno inizia a chiedersi se si vedrà mai. I sondaggi dicono di un miglioramento rispetto al disastro delle politiche dell’anno scorso, ma assai modesto, dal 19 al 20 per cento, che una settimana segna uno zero virgola in più e quella dopo in meno, con tutto che pure il Pd di Letta aveva sondaggi superiori al 20, e poi è andata come sappiamo. Tra un anno ci sono le europee, e nel 2019 il partito, che aveva appena scelto Zingaretti al posto di Renzi, aveva preso il 22,7 (meglio che alle politiche precedenti, anche se ben 18 punti in meno delle europee del 2013). Insomma, se oggi il Pd fosse dato, se non al 30, almeno al 25 per cento, ecco, l’atmosfera sarebbe un po’ diversa, le questioni di linea politica sparirebbero sotto al tappeto come successe con quella ben più di rottura del Renzi vincente, e anche chi non è tanto convinto si terrebbe in tasca i dubbi di fronte alla prospettiva di acchiappare qualcosa di questa crescita. Ma tutto sto tremblement per stare al 20 per cento porta un po’ di gente a chiedersi se, francamente, ne valga la pena. (Fine quarta parte)

E quindi, come i lettori più accorti già avranno capito, ebbene sì, nel Pd in non pochissimi e variamente sparsi tra territori e scale gerarchiche stanno silenziosamente pensando al dopo, a un nuovo congresso, a un ennesimo cambio di leadership. A prescindere dal fatto che questo pensiero sia giusto, sbagliato o semplicemente prematuro (in effetti, le ultime primarie si sono svolte solo pochi mesi fa), chi conosce il Pd sa che anche questa schizofrenia fa parte della sua ineluttabile natura di Crono che mangia i suoi figli (e i padri, e chiunque capiti a tiro). Su chi puntare, però? Questo è il problema, a furia di divorare le opzioni iniziano a scarseggiare. Gli emergenti, quei pochi, sembrano esclusi dall’obiezione per cui “ci abbiamo appena provato e non ha funzionato”. Delle vecchie glorie, molte sono solo vecchie, con poca gloria sulle spalle, ormai usurate, di certo non Bersani o le sue seconde file, non Franceschini cui riesce di vincere i congressi solo se non è lui a candidarsi, e non i palesemente renziani residui, sanno che sarebbe un passo più lungo delle loro gambe. Servirebbe quindi qualcuno che rassicuri, che riporti a quel clima unitario che rendeva il Pd inconcludente sul piano della proposta, ma almeno trovava sempre il modo, di riffa o di raffa, di andare al governo. Qualcuno di provata esperienza, che abbia ricoperto alti incarichi, e che poi sarebbe la scelta naturale come candidato Premier, alle prossime politiche. Uno che magari sia libero da impegni a partire dall’anno prossimo, dopo che ci saranno state le europee. E che sia riconosciuto, in campo internazionale, persino dagli avversari, che rassicuri le correnti, e anche certi ambienti borghesi presso cui il Pd ha fatto tanta fatica ad accreditarsi in questi anni. Non un brillantone, ché non è questo il momento, no: un leader tranquillo, che non susciti slanci positivi ma nemmeno negativi, e per questo vada bene un po’ a tutta la classe dirigente. Uno che, zitto zitto, come Paolo Gentiloni, abbia tutte queste caratteristiche. Che poi tutta ‘sta pensata si traduca in migliori percentuali, questo è un altro paio di maniche, ma appunto, non è questa la prima delle preoccupazioni rispetto all’attraente prospettiva di tornare al quieto vivere di prima. Fantascienza? Può darsi, solo il tempo lo dirà. Nel caso, ricordatevi dov’è che lo avete letto la prima volta. (Fine)

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